Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”


Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..


“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “


Pino Ciampolillo

Wednesday, May 24, 2017

Che segreti si nascondono dietro il cementificio di Isola delle Femmine?







Che segreti si nascondono dietro il cementificio di Isola delle Femmine?



Incredibile ma vero: il gruppo che gestisce la cementeria di Isola delle Femmine, alle porte di Palermo, si rifiuta di consegnare alcuni documenti (nel caso in questione l’Autorizzazione Integrata Ambientale) alla parlamentare nazionale del gruppo misto eletta in Sicilia, Claudia Mannino. A parte che non soltanto un parlamentare, ma tutti i cittadini possono accedere agli atti, sorge spontanea una domanda: che cosa tentano di nascondere i gestori di questa cementeria? E che parte gioca in questa storia il Comune?
Che cosa nasconde il cementificio di Isola delle Femmine, piccolo centro a due passi da Palermo? La domanda è legittima, alla luce di un comunicato diffuso dalla parlamentare nazionale eletta in Sicilia, Claudia Mannino, alla quale Italcementi spa – il gruppo imprenditoriale che gestisce il cementificio – si rifiuta di consegnare la documentazione riguardante alcune autorizzazioni.
“Ho ricevuto dallo Studio Gianni-Origoni-Grippo-Cappelli, per conto della Italcementi spa – scrive Claudia Mannino in un comunicato – una comunicazione con la quale si sostiene che io non abbia diritto ad accedere agli atti riguardanti la Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del cementificio di Isola delle Femmine. Da oltre 4 anni seguo la vicenda con accesso agli atti e confrontandomi con le amministrazioni e la presunta impossibilità di cui parlano i legali di Italcementi non è mai emersa. Cosa avranno mai da nascondere?”.
“Mi risultano davvero oscure – prosegue la parlamentare nazionale – le motivazioni per le quali Italcementi Spa arriva a scomodare uno studio legale composto da esimi principi del foro, insigniti di prestigiosi premi di caratura internazionale, per impedirmi di visionare la documentazione. Di cosa si spaventano? Le motivazioni da loro addotte sono comunque pretestuose e assolutamente non pertinenti. Secondo i legali io, in quanto deputato, non avrei uno speciale diritto all’accesso agli atti. Non capisco come sia possibile che tali esperti di giurisprudenza ignorino che io abbia diritto ad accedere agli atti in quanto semplice cittadina”.
“Esiste infatti un decreto legislativo, il n. 33 del 2013, detto anche, e non a caso, ‘decreto trasparenza’ – precisa sempre Claudia Mannino – secondo il cui articolo 3, comma 1, ‘tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di accesso civico, ivi compresi quelli oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli ai sensi dell’articolo’. Con buona pace di Italcementi e del sindaco di Isola delle Femmine, che mi chiedeva a quale titolo io partecipassi alla Conferenza, senza rivolgere lo stesso rilievo alla delegazione del Partito Democratico”.
Claudia Mannino conclude così: “Saranno forse le criticità da me rilevate negli anni precedenti ad indurre Italcementi Spa a compiere il tentativo abbastanza goffo di impedirmi l’accesso agli atti? Chissà. Io comunque non ho alcun dubbio nel confermare la mia richiesta di ottenere copia degli atti e la mia presenza, il prossimo 25 maggio 2017, alla Conferenza di servizi”.
Confessiamo che siamo molto perplessi. A che titolo, adesso, si ignora la legge sulla ‘trasparenza amministrativa’?
E perché i vertici di Italcementi non vuole rendere nota l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)?
Cosa c’è sotto questa storia?
Che parte ha, in questa vicenda, il Comune di Isola delle Femmine?
E come mai non sono intervenuti i parlamentari regionali eletti nel collegio di Palermo del Movimento 5 Stelle?
Foto tratta da economiasicilia.com




A.I.A..DECRETO 693 2008, ANZA, BOLOGNA, DECADENZA, DI SALVO, ISOLA DELLE FEMMINE, ITALCEMENTI, MANNINO, OSSERVAZIONI, PARTECIPAZIONE, PETCOKE, PIRILLO, Polizzi, PRESCRIZIONI, RIESAME, RINNOVO, Sansone, TUMORI, VERACE,TOLOMEO  

Tuesday, May 23, 2017

I MISANTROPI





i MISANTROPI non piacciono le moto "OMAGGIATE"



i MISANTROPI non si vestono "GRATUITAMENTE" in via Cavour



i MISANTROPInon HANNO case a ZSAPPADA SANTO VITO IN PASSAGGIO DEL LEVRIERO IN VIA LIBERTA’.......



ai MISANTROPI piace la FAMIGLIA



i MISANTROPIodiano la famigghia



ai MISANTROPI non piace tirare le “PIETRE” ( leggi pure DENUNCE) e nascondere la mano



ai MISANTROPI non piacciono chi per interessi personali e per spirito di VENDETTA “accoltella” le persone alle spalle



ai MISANTROPInon piace fare la “raccolta” di libretti di lavoro per millantate promesse di posti di lavoro in cambio di un voto



ai MISANTROPI non piacciono gli abusi edilizi perpetrati da chi ha incarichi di responsabilità



ai MISANTROPInon piacciono gli usa e getta DELLE persone per i propri INTERESSI PERSONALI,



ai MISANTROPI non piace chi per la propria sete di POTERE è disposto a vendere l’anima al “diavolo” TRAVOLGENDO TUTTI e TUTTO



ai MISANTROPInon piacciono i centravanti di sfondamento



i MISANTROPInon hanno AMICI A CUI AFFIDARE LAVORI CONSULENZE CONSIGLI e….



i MISANTROPI non si fanno pagare i costi di una campagna elettorale



ai MISANTROPI non piace rappresentare se stesso



ai MISANTROPI piace essere rappresentante di BISOGNI delle persone ESSERE PORTATORE SANO DI INTERESSI PUBBLICI E DIFFUSI



ai MISANTROPI  non piace fare favori in cambio di un voto



ai MISANTROPI non piace vedere persone che muoiono a causa di un ambiente “malsano”



ai MISANTROPI non piace questo tendenzialeaumento di morti per tumori



ai MISANTROPI piace lottare contro l’uso come combustibile PETCOKE nei cementifici



ai MISANTROPI non piace mendicare persino un posto al cimitero per un proprio familiare



ai MISANTROPI non piace la SPECULAZIONE edilizia



ai MISANTROPI piace questa cementificazione selvaggio del territorio



ai MISANTROPI non piacciono i progetti per illuminare al led al solo scopo di dire “ vi illumineremo al led la via del cimitero così voi dell’opposizione sarete contenti…”



ai MISANTROPI non piace il rifiuto che viene opposto alla richiesta di ACCESSO AGLI ATTI

i MISANTROPI non fanno la lotta di facciata alla mafia





i MISANTROPI non hanno cattive frequentazioni



i MISANTROPInon insultano le persone



i MISANTROPI non minacciano le persone



i MISANTROPI non sono ambientalisti a convenienza



ai MISANTROPI non piace farsi fotografare



i MISANTROPI combattono la famigghia



i MISANTROPI non sono UOMINI D’ONORE



https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1825764427741881&set=a.1402088890109439.1073741828.100009250249217&type=3&theater



BOLOGNA,MANNINO,CIMITERO,PETTA,ANGELICO,ATTILIO MILAN,GIAMBRUNO FABIO,GIAMBRUNO MONICA,LICATA,LUPO,SAPPADA,MARATEA,PIAZZA DOROTEA,CASERMA CARABINIERI,CALLIOPE.TIZIANA,CACCETTA,PIZZO,BANDIERA,ALAMIA


Saturday, May 20, 2017

Piano regionale per la tutela dell’aria : l’ARPA conferma il contenuto del nostro articolo





Piano regionale per la tutela dell’aria : l’ARPA conferma il contenuto del nostro articolo

Le precisazioni inviateci dall’ARPA Sicilia confermano quello che abbiamo scritto. E conferma, soprattutto, i nostri dubbi. Non solo: l’Agenzia Regionale per la tutela Ambientale non dà, ad esempio, una risposta agli interrogativi che abbiamo sollevato sui stanziati dagli anni ’90 in poi per il risanamento delle Aree dichiarate ad elevato rischio di crisi ambientale (Siracusa, Gela e Milazzo). Il ‘caso’ del cementificio di Isola delle Femmine
La replica al nostro articolo ricevuta dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) della Sicilia non solo non smentisce, ma conferma il contenuto del nostro articolo.
1) Le polveri sottili dalla combustione della legna domestica (stufe, caminetti, ecc.).
Se la precisazione dell’ARPA consiste nel fatto che nelle aree urbane siciliane, in primis Palermo e Catania, il contributo delle polveri sottili originate dalla combustione domestica della legna è in quantità superiore fino quasi a 3 volte (da 2,2 a 2,81 volte) rispetto a quello derivante dal traffico autoveicolare solo perché sarebbe in linea con altre città italiane, i dubbi e le perplessità che abbiamo espresso nel nostro articolo ci appaiono ancor più esaltati e confermati, per la semplice e ovvia considerazione che si vengono a mettere sullo stesso piano città dai fattori climatici del tutto differenti.


A meno che all’ARPA risultino avvenuti nella nostra regione cambiamenti meteoclimatici tali da avere comportato un’escalation di installazioni di stufe, caminetti, ecc. e, soprattutto, un’impennata dei mesi del loro intenso e prolungato utilizzo a causa di rigidità termiche che – riteniamo non solo a noi – sono francamente sfuggiti.
Né ci pare che il Piano fornisca referti analitici sulla composizione chimica delle polveri sottili nei centri urbani ad eventuale supporto e conferma dell’origine da combustione di legna.
2) Il Piano siciliano dell’aria del 2007 “canovaccio” di quello veneto
L’ARPA conferma quanto riportato nel nostro articolo, cioè che il Piano “canovaccio” siculo-veneto “con le sue successive modifiche [vale a dire con i refusi padani cancellati e quelli rimasti] non è mai stato revocato dall’Amministrazione regionale”.  


Molto bene, se n’è accorta anche l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente che, tuttavia, non spende un solo appunto critico o una qualsivoglia osservazione su quella “refuseria” – in effetti essa stessa risultava tra gli autori – all’insegna del tutto va bene madama la marchesa.
L’ARPA conferma anche di avere esplicitamente indicato nell’allegato 13 del Piano 2017, a titolo esemplificativo, le Linee Guida per la redazione dei Piani di Azione Comunali (PAC) della Regione Toscana. Ebbene, anche noi, nell’articolo, ci eravamo semplicemente chiesti, a puro titolo esemplificativo, se fossimo sicuri di essere in Sicilia.
3) Impianti industriali
Il nostro articolo segnalava l’assenza nel Piano 2017 di qualche impianto industriale di grandi dimensioni e poneva l’interrogativo, inoltre, su che fine abbiano fatto le decine e decine di milioni di euro stanziati dagli anni ’90 in poi per il risanamento delle Aree dichiarate ad elevato rischio di crisi ambientale (Siracusa, Gela e Milazzo).


Riguardo al primo punto, è singolare il caso del cementificio Italcementi di Isola delle Femmine, che appare e scompare, un po’ qui, in po’ là, tra le pagine del Piano. Viene citato in qualcuna, ma non figura, inspiegabilmente, nella “analisi delle sorgenti emissive per singolo stabilimento”, nella “valutazione della qualità dell’aria”, neppure nel previsto “progetto di razionalizzazione del monitoraggio della qualità dell’aria in Sicilia ed il relativo programma di valutazione”, ecc., pur trattandosi di un impianto di notevole grandezza ed impatto ambientale, inserito, per di più, nel perimetro urbano del Comune di Isola.
Sul destino dei finanziamenti non c’è stata alcuna precisazione o risposta.
Foto tratta da economiasicilia.com









Piano regionale per la tutela dell’aria: la replica dell’Arpa Sicilia



Dall’ARPA Sicilia riceviamo e pubblichiamo una serie di puntualizzazioni sull’articolo in cui vi abbiamo parlato di inquinamento dell’aria e di piano regionale per la tutela della qualità dell’aria 
Da: ARPA Sicilia
Oggetto: Riscontro articolo del 18 maggio 2017 
In riferimento all’articolo del 18 maggio 2017 pubblicato sul sito I Nuovi Vespri (http://www.inuovivespri.it/2017/05/18/possibile-che-in-sicilia-panifici-e-pizzerie-inquinano-di-piu-delle-automobili/#_), per quanto concerne i contenuti della proposta di Piano Regionale di Tutela della Qualità dell’aria in Sicilia del gennaio 2017 (408 pagine e 13 allegati), strumento esclusivamente di natura tecnica, si precisa quanto segue.
  • Il contributo alla formazione del particolato primario degli impianti di combustione non industriale (riscaldamento e processi di combustione domestici) rispetto a quello dei trasporti stradali è circa il doppio nei principali agglomerati siciliani, così come evidenziato anche a livello nazionale in diversi documenti, tra cui “Impatto energetico e ambientale dei combustibili nel settore residenziale”, redatto nel 2015 dall’ENEA. Inoltre, come è noto dalla letteratura scientifica (https://www.arpae.it/dettaglio_notizia.asp?id=6489&idlivello=1171), è rilevante il contributo nei processi di combustione domestici delle emissioni derivanti dalla combustione delle biomasse. La frazione inorganica del particolato secondario si forma poi dall’ammoniaca, dal biossido di zolfo e dagli ossidi di azoto (derivanti in gran parte dai trasporti), come riportato nel Piano 2017. Sulla base di ciò il Piano 2017 prevede come prima misura da adottare una riduzione drastica del traffico negli agglomerati di Palermo, Catania, Messina e Siracusa nonché altre 5 misure connesse sempre con la riduzione del trasporto su gomma. Inoltre sono state previste altre misure atte a ridurre tutti i precursori del particolato. Un’ulteriore misura, come supporto informativo per la penetrazione degli interventi di sostituzione di sistemi tradizionali con sistemi avanzati, è infine stata prevista nel Piano 2017 per la riduzione delle emissioni derivanti dalla combustione di biomassa.
  • Inoltre il Piano del 2017, al paragrafo 1.3.1.5 (pag.75), riporta fedelmente i provvedimenti amministrativi emessi negli anni dal Dipartimento Ambiente, tra cui il Piano del 2007 e le sue successive modifiche, poiché lo stesso non è mai stato revocato dall’Amministrazione Regionale. Ad ogni buon fine si precisa che il Piano 2017 non costituisce una modifica di quello del 2007 bensì è un nuovo documento elaborato ai sensi del D.Lgs. 155/2010 e secondo quanto previsto dalle Linee Guida per la redazione dei Piani di QA approvate il 29/11/2016 dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA). Analogamente nell’allegato 13, come esplicitamente indicato nel Piano 2017, si riportano a titolo esemplificativo le Linee Guida per la redazione dei Piani di Azione Comunali (PAC) della Regione Toscana.
  • Relativamente agli impianti industriali il Piano 2017 prevede tra le misure di risanamento una revisione sostanziale dei limiti emissivi previsti nelle AIA di 10 impianti (pag. 310), in atto operativi, ricadenti nelle maggiori aree industriali della nostra regione. Non si comprende quindi quali impianti, peraltro non indicati nell’articolo, non siano stati oggetto di valutazione.
Tanto si rappresenta per correttezza scientifica al fine di veicolare informazioni rispondenti a quanto contenuto nel Piano 2017 che valuta tutti i contributi antropici emissivi presenti nel territorio siciliano per l’individuazione delle misure necessarie a migliorare la qualità dell’aria, che sostanzialmente riguardano la riduzione del traffico su gomma e la riduzione dei limiti emissivi dei grandi impianti industriali.
Si chiede pertanto di pubblicare sul vs sito la presente risposta.
Il Direttore della ST2 Monitoraggi Ambientali


Dott.ssa Anna Abita




Il Direttore Generale di ARPA Sicilia


Dott. Francesco Licata di Baucina





Possibile che in Sicilia panifici e pizzerie inquinano di più delle automobili?

Ricordate il Piano per la qualità dell’aria della Regione siciliana del 2006? Quello in parte copiato dalla Regione Veneto? Ebbene, la vicenda – che finì anche su Striscia la notizia – non è ancora chiusa. Stando a quanto c’è scritto in questo Piano, le polveri sottili (PM10 e PM2,5), ovvero l’invisibile killer quotidiano, nei maggiori centri urbani (Palermo e Catania in testa) sono dovute ai caminetti delle abitazioni, ai panifici ed alle pizzerie in misura fino quasi a 3 volte in più rispetto al traffico autoveicolare…  

L’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) della Sicilia predispone il nuovo Piano e sembra che negli agglomerati urbani le polveri sottili provenienti dalla combustione della legna nel settore domestico (stufe, caminetti) e non industriale (panifici, pizzerie), superano di quasi 3 volte quelle del traffico autoveicolare. Siamo sicuri di essere ancora in Sicilia?
Marine Le Pen ha copiato in campagna elettorale il discorso di Fillon? Poca roba. Ha rimediato una figuraccia, ma rimane pur sempre una dilettante al confronto della Regione siciliana che, nell’arte non edificante del copia e incolla resta, purtroppo, un’antesignana che non teme confronti, tanto da averci lasciato alla fine finanche le pen…ne.
Chi non ricorda il Piano contro l’inquinamento atmosferico copiato in buona parte da quello del Veneto circa 10 anni addietro? Tornano alla mente “il sistema aerologico padano” della Sicilia, l’incremento delle “piste ciclabili sugli argini dei fiumi e dei canali che si immettono nei centri storici”, la limitazione degli “orari di riscaldamento degli impianti termici civili”, “l’intero territorio pianeggiante” dell’Isola ed altre amenità del genere, assurte a risate nazionali anche per un esilarante servizio di Striscia la notizia.
Vicenda finita? Macché! Il famoso o, meglio, famigerato Piano siculo-padano continua a produrre ancora i suoi effetti giudiziari, poiché da poco è arrivata l’ennesima condanna del Tribunale civile di Palermo, la quarta per la cronaca, a carico del dirigente regionale, Salvatore Anzà, coordinatore di quello che la stessa Amministrazione siciliana ha sempre giustificato goffamente come “canovaccio” veneto, con la novità aggravante che questa volta è stata chiamata a pagare, in concorso, la somma di oltre 20 mila euro di risarcimento (spese legali comprese) anche l’assessorato Territorio e Ambiente.
E’ quanto ha stabilito la sentenza del Tribunale di Palermo, Sezione Civile, (n. 2034/2017), giudice Salvatore Trombetta, nella causa promossa dall’ex segretario regionale di Legambiente, Domenico Fontana, contro Salvatore Anzà e l’assessorato Territorio e Ambiente.
I fatti sono noti e risalgono al 2007. Nel corso di una conferenza stampa, Legambiente aveva denunciato che numerose parti del Piano di Coordinamento della qualità dell’aria della Regione siciliana, approvato con un decreto dell’allora assessore del Governo regionale di Raffaele Lombardo, Rossana Interlandi, erano state testualmente copiate dall’omologo Piano della Regione Veneto, senza neppure tenere in conto che si trattava di un Piano antecedente di 7 anni e che era stato già bocciato dalla Commissione Europea.
Per esorcizzare la smascherata padanità sicula i vertici dell’assessorato al Territorio e Ambiente non avevano esitato a sovvertire persino la lingua italiana, sostenendo con un decreto assessoriale che si trattava solo di refusi, in barba al significato stesso della parola “refuso” e, ovviamente, senza spiegare di che cosa fossero refusi le padanità copiate.
Una perizia del Tribunale ha successivamente accertato che quasi 1800 righe del Piano siciliano erano identiche a quello del Veneto. Insomma, 1800 righe di refusi!
Invece di prendere atto dell’evidenza (o dell’indecenza?), il coordinatore del “canovaccio”, Salvatore Anzà, si era scagliato con tre note iperesagitate, con tanto di protocollo e carta intestata dell’assessorato Territorio e Ambiente, contro i responsabili di Legambiente, Giuseppe Messina e Domenico Fontana, e del dirigente regionale Gioacchino Genchi, rei, a suo dire, di avere denunciato la scopiazzatura, definendoli “banda di lestofanti”, “banda di canaglie”, “banda di cialtroni, incompetenti ed in malafede”, “cricca di mascalzoni”, “gruppo di manigoldi “, “emeriti cialtroni “e via con altre contumelie diffamatorie dello stesso tenore, in numero tale da riempire complessivamente, se messe assieme, quasi una pagina.
Tutto con l’inspiegabile e silente acquiescenza dei vertici dell’assessorato di allora e di quanti si sono avvicendati nel tempo, sia riguardo ai termini inauditi e sprezzanti adoperati, sia riguardo all’uso improprio ed abusivo della carta intestata e del protocollo dell’Amministrazione.
Da allora Salvatore Anzà è stato soccombente in 4 diverse cause civili per diffamazione promosse contro di lui dai diffamati Messina, Genchi, Legambiente Sicilia e, da ultimo, Fontana, con il ristoro complessivo di alcune decine di migliaia di euro a loro favore.
La vicenda ha avuto anche un risvolto penale, con Anzà condannato in primo grado a 1 anno e 8 mesi, assolto in appello, ma con l’assoluzione annullata dalla Corte di Cassazione.
La sentenza Fontana ha aggiunto un fatto nuovo, poiché nella condanna per diffamazione è stato chiamato a correo l’assessorato Territorio e Ambiente che, quindi, ha finito anche lui con lasciarci le pen…ne nel copia e incolla. 


Adesso c’è da sperare che la Procura della Corte dei Conti faccia sì che a pagare siano i responsabili e non già l’Amministrazione in astratto, che ha tollerato fino ad oggi l’indecorosa vicenda con danno della sua stessa immagine, oltre ad evitare la beffa che il danno procurato finiscano per pagarlo i cittadini siciliani!
Il Giudice, infatti, ha ritenuto sussistente la responsabilità della Pubblica Amministrazione poiché il fatto lesivo posto in essere dal suo dipendente si è manifestato come esplicazione dell’attività dell’ente pubblico e, cioè, pur se con abuso di potere, nell’ambito delle attribuzioni dell’ufficio o del servizio cui il dipendente era addetto.
“Le note a firma di Salvatore Anzà, infatti, sono state redatte su carta intestata dell’assessorato, con spendita della qualifica di dirigente, munite di numerazione di protocollo ed indirizzate a vari organi ed enti per la difesa di un’attività dell’ufficio ed al fine di sollecitare provvedimenti punitivi a carico dell’associazione ambientalista regionale… con effettiva commissione di una condotta contra ius”.
Ebbene, nonostante le condanne, ancor oggi il “canovaccio” veneto – cose da non crederci – continua a rimanere, imperterrito, un documento ufficiale dell’Assessorato Territorio e Ambiente, mai ritirato dal sito web (come potete leggere qui), emendato sì delle padanità più pacchiane, ma mantenendo pur sempre i riferimenti al “Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale”, alla “Sperimentazione di intonaci decorativi e rivestimenti stradali fotocatalitici” oggetto di una deliberazione della Giunta della Lombardia (che non è veneta, ma sempre padana è!), alla Giunta regionale “tenuta ad effettuare uno studio di verifica della situazione viabilistica in corrispondenza di tutti i caselli autostradali e a proporre interventi di miglioramento” e ad altre simili amenità.
A febbraio del 2015 l’attuale assessore regionale al Territorio e Ambiente, Maurizio Croce, senza disconoscere affatto il “canovaccio”, contesta all’ufficio del Dipartimento Ambiente deputato alla redazione del Piano – notate bene, non al Dirigente Generale, come gerarchicamente dovuto, e quindi facendone salve le responsabilità – di essere rimasto inerte ed inadempiente al suo aggiornamento e nomina il direttore dell’ARPA, Licata di Baucina, commissario ad acta per predisporre il piano.
Cultore, come il presidente della Regione, Rosario Crocetta, dell’amministrazione creativa, Croce ispirandosi al celebre rigoletto verdiano “questa o quella per me pari sono” gli conferisce l’incarico con una semplice nota, mentre un anno dopo provvede alla proroga con un decreto.
Ma non è tutto. L’ARPA, infatti, è un ente strumentale dell’assessorato Territorio e Ambiente, sottoposto a sua vigilanza e controllo. Croce, pertanto, commissaria un ufficio del Dipartimento Ambiente con il direttore dell’ARPA che, a sua volta, è vigilato e controllato dal Dipartimento commissariato. Ed il commissario Licata di Baucina, a chi affida il compito di redigere il Piano? All’ARPA, cioè all’ente di cui è direttore e che è vigilato e controllato dal Dipartimento commissariato. Al confronto il gioco delle tre carte è uno scherzo da bambini!
E il dirigente generale del Dipartimento Ambiente in questo bailamme amministrativo che fa? Ovviamente sta a guardare, tace ed acconsente.
A febbraio 2017 il commissario Licata di Baucina ha consegnato la proposta di Piano. Non si sa se qualcuno in assessorato e, ancor più, in Giunta regionale abbia dato anche una rapida lettura delle oltre 1700 pagine di cui è composto il documento, oppure lo si è apprezzato in fede ed a scatola chiusa prima di avviare la procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS).
Di certo, un Piano che indica ancora a riferimento normativo regionale il “canovaccio” veneto-siculo del 2007 ed i refusi padani definiti modifiche non sostanziali qualche disorientamento lo crea. La vistosa assenza di qualche impianto industriale di grandi dimensioni non è da meno, come pure non si trova spiegazione di che fine abbiano fatto ed in che cosa si siano materializzati le decine e decine di milioni di euro stanziati tra la metà degli anni ’90 ed il 2002 per gli interventi di risanamento delle tre Aree ad elevato rischio di crisi ambientale (Siracusa, Gela e Milazzo).
Su di un punto il Piano non sembra avere dubbi. Le polveri sottili (PM10 e PM2,5), ovvero l’invisibile killer quotidiano, nei maggiori centri urbani (Palermo e Catania in testa) sono dovute ai caminetti delle abitazioni, ai panifici ed alle pizzerie in misura fino quasi a 3 volte in più rispetto al traffico autoveicolare.
Almeno per quanto riguarda i caminetti ci sarà stata un’escalation di installazioni e cambiamenti meteoclimatici che probabilmente ci sono sfuggiti. I Sindaci dei Comuni siciliani ora sapranno come regolarsi.
Prima ancora delle ZTL dovranno pensare alle ZCL (Zone a Caminetti Limitati) ed alle ZPPL (Zone a Panifici e Pizzerie limitati).
I candidati sindaci di Palermo sono avvisati. A rassicurarci ci pensa l’allegato 13 del Piano:
“Regione Toscana – Linee guida per la redazione dei Piani di Azione Comunali (PAC)”. Lo sguardo non è più alla Padania, ma alla toscana.
Siamo sicuri di essere sempre in Sicilia, o no?

 

Possibile che in Sicilia panifici e pizzerie inquinano di più delle automobili? | I Nuovi Vespri http://www.inuovivespri.it/2017/05/18/possibile-che-in-sicilia-panifici-e-pizzerie-inquinano-di-piu-delle-automobili/ 
ANZA', PIANO ARIA SICILIA, INTERLANDI,TOLOMEO,GENCHI,ITALCEMENTI,ARPA,STRISCIA LA NOTIZIA,CIAMPOLILLO ,PIANO ARIA SICILIA COPIATO,STRISCIA LA NOTIZIA, CORSINI,DI PISA,TROMBETTA,CATANZARO,SENTENZE  
SENTENZA 2708 2010, CONDANNA DI ANZA'

SENTENZA 6455 2011, CONDANNA ASSESSORATO A FAVORE DI GENCHI  GIUDICE PAOLA MARINO

SENTENZA 5455 2012, CONDANNA DI ANZA'

SENTENZA 1394 2013  ASSOLUZIONE ANZA'
SENTENZA 6564 2014  SENTENZA 20 marzo 2014 la denuncia di un reato perseguibile d'ufficio non è fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante 

SENTENZA 4055 2014  APPELLO DI  assoluzione ANZA'

SENTENZA 5307 2015  CONDANNATO ANZA’ PER DIFFAMAZIONE 7 OTTOBRE 2015
GIUDICE  CATANZARO  A FAVORE DI GENCHI GIOACCHINO


SENTENZA 7429 2015  CIAMPOLILLO ANZA PROVENIENTE PROCEDIMENTO 9916 2011
SENTENZA 38068 2015 CASSAZIONE  RIGETTA IL RICORSO RIMETTE AL TRIBUNALE DI PALERMO
SENTENZA 178  2016 APPELLO ASSESSORATO ALLA SENTENZA 6455 2011 GIUDICE CIVILETTI  CONTRO GENCHI  ASSESSORATO CONDANNATO A PAGARE LE SPESE

SENTENZA 4144 2016,  19 AGOSTO FONTANA ANZA' CONDANNA DI ANZA RISARCITA LEGAMBIENTE GIUDICE CORSINI 
SENTENZA 2034 2017, FONTANA ANZA'  PROVENIENTE  DA 3392 2008
2016  APPELLO CIAMPOLILLO ALLA SENTENZA 7429 2015 GIUDICE DI PISA UDIENZA FEBBRAIO 2019





ANZA', PIANO ARIA SICILIA, INTERLANDI,TOLOMEO,GENCHI,ITALCEMENTI,ARPA,STRISCIA LA NOTIZIA,CIAMPOLILLO ,PIANO ARIA SICILIA COPIATO,STRISCIA LA NOTIZIA, CORSINI,DI PISA,TROMBETTA,CATANZARO,SENTENZE  

Capaci 25 anni dopo, secondo episodio - Le dita incrociate












Capaci 25 anni dopo, secondo episodio - Le dita incrociate








Antonio Montinaro, agente della scorta di Giovanni Falcone, ucciso dall’esplosione di 500 chili di tritolo il 23 maggio del 1992, raccontato dalla moglie Tina, che in 25 anni non ha mai smesso di portare in giro per l’Italia la memoria del marito e dei poliziotti che con lui persero la vita: Vito Schifani e Rocco Di Cillo, insieme a Giovanni Falcone e a Francesca Morvillo.


Un racconto di Attilio Bolzoni 
Scritto con Salvo Palazzolo ed Emilio Fabio Torsello  

Filmaker: Maurizio Felicetti, Fabio Falanga
Image Editor: Alessandro D’Elia H24 
Coordinator On Demand: Emilio Fabio Torsello





Venticinque anni dopo la strage di Capaci


Le reti sono già al largo, calate a mezzo miglio dalla secca. Ma ancora non soffia il maestrale che spinge dentro i pesci, che li trascina verso la costa. Giochi di venti e di correnti. Poi arriva l'onda lunga di ponente e l'ultimo branco scivola nell'ultima “camera”, che è quella della morte. Con il mare siciliano che si colora di mattanza rosso sangue. I suoi cinquantatré anni e cinque giorni li vuole festeggiare a Favignana per il passaggio dei tonni, il misterioso cammino che da secoli e secoli si ripete a ogni primavera quando fra le onde vengono apparecchiate ingegnose trappole fatte di nodi e cime, funi, cavi, grovigli di cordame che sono labirinti di inganno. A maggio, nella tonnara c'è finito anche lui.


È un pomeriggio caldo, di luce violenta. Un sabato italiano del 1992.


A Roma, dopo quindici scrutini e quindici fumate nere, deputati e senatori non riescono ancora ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. A Palermo già si tuffano dagli scivoli di cemento dell'Addaura. Patti segreti, bagni di sole, sudori di potere e di calura mentre la velina di una piccola agenzia giornalistica avvisa «di un botto esterno, qualcosa di drammaticamente straordinario» che potrebbe influenzare la corsa al Quirinale. Premonizioni.

Poi la terra trema, sembra una scossa di terremoto. Ma è una carica di cinquecento chili d'esplosivo che ingoia Giovanni Falcone, al km 4+773 dell'autostrada che corre dall'aeroporto fino alla città. Allo svincolo di Capaci, prima della grande curva.
La strage di Capaci. La bomba di Capaci. L'inferno di Capaci. O anche “la disgrazia di Capaci”, come mi ha detto una volta Antonina Brusca, dama di carità di San Vincenzo e madre di Giovanni, il mafioso che quel giorno era sulla montagnetta con un radiocomando fra le mani.
Capaci. Capaci. Tutti ripetiamo sempre Capaci e indichiamo fin dal primo momento un luogo che non è quello, trasportiamo la “scena del crimine” a qualche decina di metri, una piccola confusione geografica per un cartello stradale ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, un dettaglio irrilevante e innocente.
Ma cosa c'è, cosa c'è che possiamo ritenere di veramente innocente dopo un quarto di secolo in questa grande tragedia nazionale? Cosa ci aspettiamo o ci auguriamo di trovare ancora oggi di trascurabile e insignificante in quel cratere profondo quasi quattro metri?  
Giovanni Falcone, alle 17.56 minuti e 48 secondi se ne sta andando per sempre nel territorio di un altro comune della provincia palermitana che è lì a un passo, quasi attaccato, Isola delle Femmine. Un paese che si allunga davanti a uno scoglio deserto che alla sua estremità ha una torre innalzata per l'avvistamento dei corsari barbareschi, una pietra sopra l'altra nel tratto di Tirreno fra Punta Raisi e Capo Gallo, all'orizzonte Ustica, in lontananza il profilo glabro di Montepellegrino, dietro e sotto Palermo sprofondata nella sua paura.
La sua seconda vita era cominciata tredici anni prima di quel 23 maggio.





Le tribù di Palermo

Sua Eccellenza Giovanni Pizzillo, primo presidente della Corte di Appello di Palermo, il magistrato più alto in grado del distretto giudiziario, una mattina spalanca la porta della stanza del consigliere istruttore Rocco Chinnici e urla: «Voi state rovinando l'economia con le verifiche della Finanza. Carica di altri processi quel Falcone, in maniera che cerchi di scoprire nulla, perché tanto i giudici istruttori da quando mondo è mondo non hanno mai scoperto nulla».
È la fine del 1979. Palermo è una città avvolta in un silenzio spettrale. La giustizia è marcia, la mafia non esiste, le cause si decidono fuori dalle aule, le assoluzioni si barattano nei “villini a mare” di Mondello e di Sferracavallo.
I Principi del Foro in dibattimento fanno scena: «Signor Presidente, la prova!, mi deve portare la prova!».
Avvocati di corridoio, che sono lì per guardare, per vedere chi entra e chi esce dalle cancellerie. Avvocati di controllo, che devono sempre sapere se qualcuno sbaglia a parlare durante un interrogatorio.
Gli ergastoli sono destinati solo agli “scafazzati”, gli schiacciati dalla vita, gli ultimi, relitti umani che sopravvivono in una Palermo che è un recinto, popolata da tribù che si proteggono una con l'altra.
In questa sacca infetta, il giudice della sesta sezione penale dell'ufficio istruzione Giovanni Falcone ha appena firmato un ordine di sequestro per alcuni assegni scambiati alla sede centrale della Cassa di Risparmio per le province siciliane.
Sono già sulla sua scrivania, tutti sistemati per ordine di data davanti a piccole papere di terracotta o di legno e in mezzo a una mezza dozzina di penne stilografiche e boccette di inchiostro verde. Gli assegni sono allineati uno dietro l'altro, “girati” sempre agli stessi nomi.
Inzerillo Santo. Di Maggio Rosario. Gambino Tommaso. Inzerillo Pietro. Di Maggio Salvatore. Gambino Giuseppe.
Sono tutti imparentati fra loro e tutti hanno fratelli o cugini emigrati dall'altra parte dell'Atlantico, a Cherry Hill, nello Stato del New Jersey. È una grande famiglia.
Il giudice della sesta sezione penale arriva a loro inseguendo i movimenti di un costruttore che a Palermo considerano un benefattore: dà lavoro ad almeno diecimila edili. Si chiama Rosario Spatola, ha un'impresa all'Uditore - in via Beato Angelico - e una fedina penale immacolata. Solo una contravvenzione: quando faceva il venditore ambulante, allungava il latte con l'acqua.
Rosario Spatola ha appena vinto un appalto per 442 alloggi bandito dall'Istituto autonomo case popolari, il presidente dell'ente è Vito Ciancimino. L'uomo che è stato sindaco di Palermo per nove giorni e padrone di Palermo per vent'anni.
Quel Rosario Spatola è sposato con una certa Filippa Inzerillo, che è la sorella di Totuccio Inzerillo, anche lui imprenditore ma pure uomo di fiducia - anzi, l'uomo di fiducia - di Stefano Bontate. Il capo mafia di Palermo.
Lo chiamano “Il Principe”, in una città soffocata da antiche leggi non scritte lo ossequiano come una divinità. Bontate è l'erede più moderno di un'aristocrazia criminale che vorrebbe Palermo com'è e come è sempre stata, immobile.
Studiando quegli assegni e indagando sugli intrecci familiari, il giudice entra negli affari e nei segreti di un'organizzazione. Giovanni Falcone sospetta di un traffico di stupefacenti: eroina che parte dalla Sicilia e soldi che tornano nelle banche palermitane.
E poi c'è anche un grande mistero dietro gli Spatola e gli Inzerillo. È appena scomparso da New York - rapito? fuggito? - un finanziere che in quegli anni controlla almeno il 40 per cento delle azioni che passano dalla Borsa di Milano, uno che è finito sulla copertina della rivista Time con un titolo molto impegnativo: L'italiano di maggiore successo dopo Mussolini.
Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo ha appena incoronato come «il salvatore della lira», ma Michele Sindona è sparito all'improvviso dopo una agitatissima telefonata fatta da una cabina di Manhattan. Il giudice Falcone scopre che si nasconde in Sicilia sotto falso nome. E che gira per Palermo con una parrucca che gli copre il cranio rasato e un passaporto intestato a Joseph Bonamico. È ospite, e forse anche un po' prigioniero, di tutti gli amici del “benefattore” Rosario Spatola.
Sua Eccellenza Pizzillo è molto preoccupato.






Il ritorno nella sua città

Quarant'anni non li ha ancora fatti e ha deciso di tornare nella sua città. L'ha lasciata nel 1964, dopo sei mesi come uditore proprio al Palazzo di Giustizia di Palermo. Un anno di pretura dall'altra parte della Sicilia, a Lentini. E poi altri dodici anni a Trapani. Come sostituto procuratore, giudice istruttore e di sorveglianza, prima tanto penale e alla fine anche un po' di civile. È un tribunale piccolo quello di Trapani, ma è anche un osservatorio molto speciale che gli fa incontrare per la prima volta la mafia.
Ha la faccia di Mariano Licari, “uomo di rispetto” di Marsala invischiato in una misteriosa compravendita di terreni che aveva lasciato due cadaveri a terra. Il sostituto procuratore Falcone pensa di avere in mano la carta giusta per incastrare il mafioso: è un funzionario delle tasse, un testimone che accusa Licari. In dibattimento qualcuno si accorge però che i giurati popolari vengono avvicinati e intimiditi, il processo viene trasferito a Salerno. E ricomincia dall'inizio. Licari viene assolto. All'ultima udienza, il boss si avvicina al suo accusatore e gli sibila all'orecchio: «Sei un carabiniere a cavallo».
È l'insulto peggiore per un mafioso, più di “cornuto e sbirro”. Il carabiniere a cavallo è l'emblema dello Stato, il primo nemico.
Trapani, provincia apparentemente sonnolenta dove tutti conoscono tutti, tutti frequentano tutti, tutti coprono tutti. Piccola borghesia di provincia e mammasantissima al riparo dalla legge, tanti sportelli bancari quanti ce ne sono in Svizzera e in Lussemburgo, logge segrete, intoccabili i fratelli Minore e ancora più intoccabili di loro quei cugini di Salemi che fanno gli esattori, Nino e Ignazio Salvo. Ricchissimi, potentissimi, mafiosissimi.
Trapani, la città siciliana che qualche anno dopo il regista Damiano Damiani - e non certo per caso - sceglierà come set per la prima Piovra, la fiction che fa conoscere agli italiani la mafia degli intrighi finanziari, degli insospettabili, della politica che si struscia con le Cupole.
Giovanni Falcone e sua moglie Rita Bonnici - si erano conosciuti a una festa a Palermo nel 1962 e si erano sposati due anni dopo, quando lui aveva appena superato gli esami per magistrato - hanno amici fra i giudici e gli avvocati trapanesi. Rita è bruna, bella, con tanta voglia di vivere. È lei che lo trascina. A San Vito Lo Capo, allo stagnone di Mozia con le sue saline, al “Ciclope”, cous cous, busiate al pesto e Corvo bianco di Salaparuta.
La felicità del matrimonio dura poco, i due si separano, provano ancora, si lasciano definitivamente. E il magistrato fa domanda per tornare a Palermo. È l'inverno del 1978.
Falcone trova un'altra città. Più cupa, cattiva.
Va ad abitare in via Notarbartolo. È una strada di vetrine illuminate dai neon, paninerie, panellerie, stuzzicherie, gelaterie, profumerie. Una Palermo luccicante molto distante dalla Kalsa dove era nato, la chiesa sconsacrata della Magione, il Foro Italico, i palazzi devastati dai bombardamenti della seconda guerra. È l'inizio di una nuova esistenza. A cosa va incontro non lo immagina.
Per qualche mese è alla sezione fallimentare, poi chiede il trasferimento all'ufficio istruzione. Lì si è appena insediato il nuovo capo, Rocco Chinnici, un omone alto e grosso che non ha simpatie per i notabili di Palermo e gira per le scuole a parlare di mafia. Lui la pronuncia con due “effe” quella parola, all'antica, come si usava nell'800. Non dice mafia ma dice maffia.
Chinnici ha sostituito un magistrato che non c'è più. Cesare Terranova, assassinato il 25 settembre del 1979, il giorno prima del suo insediamento sulla poltrona di consigliere istruttore. A luglio di quell'anno, il 21, hanno ucciso il capo della squadra mobile Boris Giuliano. A marzo è caduto il segretario provinciale della Democrazia cristiana Michele Reina. A gennaio hanno sparato al giornalista Mario Francese.
Palermo non è più quella di prima.
Il consigliere istruttore Rocco Chinnici assegna al nuovo giudice istruttore un fascicolo. Sul primo foglio c'è quel nome: Rosario Spatola.
Comincia l'avventura di Giovanni Falcone e, per la prima volta nella sua storia, la mafia siciliana ha paura di qualcosa e di qualcuno.







Le Corti dei miracoli

L'indagine su «Rosario Spatola+42» diventerà due anni dopo l'inchiesta su «Michele Greco +160», l'inchiesta su «Michele Greco+160» nel 1985 si trasformerà nella sentenza ordinanza «Abbate Giovanni+706», ottomilaseicentosette pagine, quarantadue volumi con un incipit: «Questo è il processo all'organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l'intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore».
Un'investigazione dietro l'altra e un'investigazione dentro l'altra per scoprire che non ci sono poche o tante “famiglie” che regnano su Palermo e sulla Sicilia, ma c'è una e una sola organizzazione che ha un vertice, un governo che si chiama “Commissione”. È la scoperta della mafia.
Per arrivare a capire cos'è e quanto potere ha, il giudice istruttore della sesta sezione penale rivoluziona un sistema d'indagine. Non segue più un singolo indiziato ma un gruppo di indiziati legati da vincoli di sangue che insieme fanno impresa, che insieme vincono appalti, che insieme esportano la “pasta” - la morfina base - nel New Jersey, che insieme corrompono pubblici funzionari e insieme taglieggiano commercianti e ordinano omicidi.
Falcone suggerisce agli ufficiali di polizia giudiziaria pedinamenti e appostamenti nelle borgate, firma decreti di intercettazione telefonica, studia tabulati bancari, archivia nei suoi appunti migliaia di dati sui mafiosi e sui loro amici che stanno in Turchia o nel Sud Est asiatico.
Comincia ad esplorare anche la terra di nessuno che c'è in Sicilia, i complici negli apparati statali, alla Regione, in Parlamento. Lo fa con accortezza, muovendo lentamente un passo dopo l'altro, ossessionato dai riscontri per ogni intuizione, alla maniacale ricerca di una conferma investigativa per ogni sospetto. Tutto nel più assoluto segreto.
«La prova, signor Presidente, la prova!».
Come riferimento per la sua indagine Falcone conserva in un piccolo armadio gli atti di due processi. Uno celebrato a Catanzaro contro la mafia palermitana, 114 imputati. L'altro a Bari contro la mafia di Corleone, 64 imputati. Al tempo i dibattimenti con quei personaggi del grande crimine si trasferivano lontano dalla Sicilia per “legitima suspicione”, legittimo sospetto. Troppi condizionamenti e troppe paure.
Il primo processo si era chiuso alla vigilia del Natale del '68 con una raffica di assoluzioni. Tutti liberi i Chiaracane, i Manzella, i Di Peri, Tommaso Buscetta e Stefano Bontate, i Nicoletti. E così pure il secondo, nel giugno del 1969. Tutti assolti per insufficienza di prove i Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano, Luciano Liggio.
Più che Corti di Assise quelle sembravano Corti dei miracoli.
Magistrati docili, processi costruiti con una manciata di indizi, rapporti di polizia arrangiati, liste di nomi seguite da altre liste che contenevano burocraticamente solo i precedenti penali di ciascun imputato. Non c'era altro.
Il giudice Falcone ha la consapevolezza che bisogna istruire altrimenti i processi di mafia. Proprio come ha cominciato a fare con le sue indagini nelle banche. Perché quei boss sennò restano sempre liberi e innocenti, con trucchi e cavilli i loro consigliori “buttano i processi in nullità” e all'Ucciardone i mafiosi passano solo in transito. Per la “villeggiatura”, dicono loro.
Tutti alla settima sezione, al terzo piano, territorio proibito per gli altri detenuti. Un carcere nel carcere riservato agli uomini d'onore, celle aperte, l'infermeria a disposizione per i summit, il vitto carcerario rifiutato perché “è il mangiare del governo”. All'Ucciardone entrano anche i latitanti. Di giorno le aragoste, di notte le buttane.
Quando a Palermo arriva il giudice istruttore Giovanni Falcone per questo mondo è l'inizio della fine.
Falcone è solo ma non proprio solo. Accanto a lui, c'è un altro magistrato. Si chiama Paolo Borsellino, segue le indagini sull'omicidio del commissario Boris Giuliano e sulla misteriosissima «mafia del Parco». E anche quella sulla morte del capitano Emanuele Basile, il comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale ammazzato la notte del Santissimo Crocifisso, il 4 di maggio del 1980. Prima, all'Epifania, hanno ucciso anche il presidente della  Regione Piersanti Mattarella. Dopo, ad agosto sempre di quell'anno, il procuratore capo della repubblica Gaetano Costa.
Palermo è in guerra.
E barricati nei loro fortini ci sono una dozzina di uomini che investigano sui vivi e sui morti della città. Si muovono come ombre.
Guglielmo Incalza all’“investigativa” della Mobile, il tenente Diego Minnella e il capitano Tito Baldo Honorati del reparto operativo dei carabinieri, il maresciallo Angelo Crispino e il colonnello Elio Pizzuti della guardia di finanza. Poi ne arrivano altri. Ciccio Accordino. Beppe Montana. Ninni Cassarà. Poliziotti. E Angiolo Pellegrini, un ufficiale dell'“anticrimine” dell'Arma.
Sono loro che danno la caccia ai mafiosi. Ma loro sono anche le prede.







Quel giudice è “un problema”

Il salone da barba è il luogo più vietato. Gente che va e viene, vetrine “all'affaccio”, rischioso. E al cinema non ci va più, bisogna liberare tre file avanti e tre dietro. Nemmeno al ristorante. Ci prova una volta. Una sera entra in una trattoria di Mondello, si siede con un amico in un angolo e i vicini cambiano tavolo.
Da quando ha in mano l'indagine su Rosario Spatola il giudice Falcone è l'uomo più protetto d'Italia.
Le strade della città sono attraversate da cortei blindati, garitte, elicotteri che sfiorano i tetti dei palazzi. Un pomeriggio sta tornando a casa e sente dire a un passante: «Certo, che per essere protetto in questo modo, deve avere fatto qualcosa di veramente malvagio».
C'è una Palermo che lo ammira e c'è una Palermo che lo detesta. Ci sono quelli disturbati dal rumore delle sirene e altri terrorizzati dalle sue inchieste. A tutti dà voce Patrizia Santoro, “un'onesta cittadina” che invia una lettera al Giornale di Sicilia che (molto) volentieri pubblica: «Regolarmente tutti i giorni - non c’è sabato o domenica che tenga - al mattino, nel primissimo pomeriggio e alla sera - senza limiti di orario - vengo letteralmente “assillata” da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora, mi domando: non è che questi “egregi signori” potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette di periferia della città, in modo tale che sia tutelata l'incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione?».
L'amministratore del condominio di via Notarbartolo dove abita, gli fa recapitare una raccomandata: «Decliniamo ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell'edificio».
Falcone fa paura. Anche dentro il suo Palazzo di Giustizia. Denigrato apertamente da un paio di colleghi, come Beniamino Tessitore e Giuseppe Prinzivalli. Altri si fingono amici, come Vincenzo Geraci. È malvisto da procuratori capi, procuratori generali, presidenti di sezione di Tribunale e di Appello, mummie che escono allo scoperto solo alle inaugurazioni degli anni giudiziari e patiscono quel magistrato che sta dimostrando una notevolissima capacità investigativa e ha un sacro rispetto delle regole, mai accomodante, che si muove con una decisione fino ad allora sconosciuta. Uno da tenere alla larga.
Dentro il Palazzo, Giovanni Falcone ha pochissimi amici.  In procura solo uno: Giuseppe Ayala. Si vedono anche fuori. Ayala, che è uno dei pubblici ministeri ai quali i giudici istruttori inviano gli atti sulle indagini di mafia, è il suo contatto con quel poco di vita lontano dal bunker dove è rinchiuso.
È un sepolto vivo sempre più famoso, Giovanni Falcone.
In Sicilia e in Italia. E anche negli Stati Uniti d'America. Almeno una volta la settimana parla al telefono con Richard Martin, il procuratore che sta indagando sulla Pizza Connection, siciliani che esportano negli States quintali di stupefacenti e che hanno scelto come quartiere generale un paio di pizzerie di Brooklyn. Ha un rapporto fraterno con Louis Freeh, che da lì a poco viene nominato direttore dell'Fbi. È in intimità con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di Manhattan che sarà poi anche sindaco di New York. Tutti e tre gli americani - che hanno messo gli occhi sui Gambino di Cherry Hill - non fanno un passo senza chiedere prima un consiglio a lui.
Ma il giudice che ci invidiano in America sta cominciando a diventare “un problema” per l'Italia.
Magistrati e avvocati lo chiamano “giudice planetario” per le sue missioni in Thailandia e in Canada. «Ma dove vuole andare a parare questo Falcone?», sussurrano nei corridoi e al bar del Palazzo.
Siamo nei primi anni 80 e per Palermo è già un corpo estraneo. È un magistrato mal tollerato dalla magistratura, ha una sapienza giuridica che non piace ai tecnici del diritto, è slegato dai partiti e dalle fazioni della corporazione. È fuori posto. Falcone. In tribunale. A Palermo. A Roma. È un italiano fuori posto in Italia.
Francesca la incontra a casa di amici e se ne innamora. Anche lei è magistrato, alla procura dei minori. Figlia di magistrato e sorella di magistrato, Alfredo Morvillo, che è un sostituto procuratore. Una relazione come tante. Ma cominciano a circolare pettegolezzi nel Palazzo, veicolati da qualche toga e dai soliti due o tre avvocati. Il pretesto per un intervento “moralizzatore”.
È sempre Pizzillo, il primo presidente - quello che voleva «caricare di processi Falcone» purché non indagasse nelle banche - che un giorno convoca il giudice e gli comunica che scriverà al Consiglio superiore della magistratura. «Date scandalo», dice. E gli fa capire che sta partendo una proposta di trasferimento per “incompatibilità ambientale”. Falcone non fa una piega.
Ha altro a cui pensare. Agli attacchi che gli arrivano da Corrado Carnevale, l’“ammazzasentenze”, il primo presidente della sezione penale della Suprema Corte che ha già cassato quasi 500 verdetti di processi di mafia e terrorismo. È in agguato la “leggenda in ermellino”, al varco ad aspettare l'inchiesta di Falcone iniziata con il boss Rosario Spatola. Sta aspettando il maxiprocesso di Palermo per distruggerlo.
In un'Italia che si scopre supergarantista con i mafiosi, c'è un “partito” contro Falcone «che vuole arrestare tutti».
Ogni giorno il giudice ingoia veleno. Il foglio della città, Il Giornale di Sicilia, l'organo ufficiale del potere palermitano, gli dedica velenosi commenti su “come si fa veramente il giudice” e sulle “comiche figure di strani magistrati che popolano il proscenio giudiziario dei nostri tempi”. E altri articoli contro una struttura giudiziaria specializzata nella lotta alla mafia, che hanno appena creato all'ufficio istruzione.
Il seme l'ha gettato Rocco Chinnici. Ma il vecchio consigliere è morto anche lui: un'autobomba, il 29 luglio del 1983. Un mese prima hanno ucciso il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, l'ufficiale che aveva sostituito Emanuele Basile a Monreale. Un anno prima è toccata al segretario regionale del Pci Pio La Torre e al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.
Palermo città mattatoio.
Al posto di Chinnici arriva da Firenze Antonino Caponnetto. Dopo una settimana riunisce tutti nella sua stanza e annuncia che ora c'è un gruppo di magistrati che si occuperà solo di indagini di mafia: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello.
Il pool. Sono gli ultimi giorni del dicembre del 1983.

Mezza parola

È un lungo silenzio che racconta tanto, forse tutto. Un gioco di sguardi, dove uno “pesa” l'altro per scoprire fino a quale punto può lasciarsi andare. È la “mezza parola” che conta più del discorso, un impercettibile movimento delle labbra, un sopracciglio che si alza, la voce che diventa un soffio. Si intendono e si rispettano fin dalla prima guardata, nel luglio del 1984. Due siciliani seduti uno di fronte all'altro, un uomo dello Stato e un uomo della mafia. Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta. Da quell'incontro finisce il mito dell'invincibilità dei boss, il muro dell'omertà si spezza per sempre.
Quarantacinque giorni. Tanto dura l'interrogatorio di don Masino, in una stanza soffocata dal caldo della Criminalpol di Roma. Loro due, soli. Buscetta che ogni tanto parla e ogni tanto scruta il volto del giudice, Falcone che verbalizza ogni frase senza un cancelliere, l'inchiostro verde della sua stilografica su una montagna di fogli bianchi.
Tutto sul filo delle parole e dei sospiri. Perché Falcone capisce che la “parlata” mafiosa non è solo un linguaggio e non è solo un codice, è esercizio di intelligenza, esibizione permanente di potere. Tutto è messaggio. Anche le sfumature che sembrano più insignificanti, anche i gesti che prendono il posto delle voci.
Don Masino fa tanti nomi, gli spiega che da una parte c'è l'aristocrazia mafiosa e dall'altra quei “terroristi” dei Corleonesi con in testa Totò Riina, ma soprattutto consegna a Giovanni Falcone la chiave per penetrare in un mondo oscuro e attraversarlo.
E lo avvisa: «Non credo che lo Stato italiano abbia veramente intenzione di combattere la mafia. L'avverto, dottor Falcone, dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non se lo dimentichi: il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuderà mai».
Tommaso Buscetta è la prima gola profonda della mafia siciliana che Falcone trasformerà in un collaboratore di giustizia. La sua prima opera d'arte.
Non più informatori nell'ombra al servizio di commissari di polizia o ufficiali dei carabinieri, non più soffiate con delatori interessati e a pagamento. Ma testimoni che accusano se stessi prima di accusare gli altri, che mettono la loro firma sotto un verbale di interrogatorio, che depongono in un'aula di giustizia. Una gestione istituzionale, pubblica e non più segreta. Tutti gli schemi investigativi precedenti saltano, le inchieste subiscono uno sconvolgimento. Falcone capisce che Buscetta è solo il primo. E che altri, tanti altri come lui ne arriveranno. Anche i boss lo capiscono. E si preparano al peggio.
A consegnare don Masino al giudice è Gianni De Gennaro, il capo della Criminalpol di Roma. Due mesi e mezzo dopo il primo faccia a faccia fra Falcone e Buscetta, Falcone ordina al poliziotto 3600 riscontri alla “cantata” di don Masino. All'inizio del 1985 l'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo è pronto a contestare a più di settecento imputati 438 capi d'imputazione e 121 omicidi.
Cosa sa Giovanni Falcone della mafia prima dell'arrivo di Buscetta? Molto. Soprattutto grazie al poliziotto che gli è più vicino, un amico: Ninni Cassarà, il capo dell’“Investigativa” della squadra mobile di Palermo. È uno “sbirro” elegante, colto, intelligente.
Ninni Cassarà ha fonti straordinarie dentro la mafia palermitana. Una è Mariella Corleo, una donna imparentata con gli esattori Salvo. Gli racconta della morte del marito Ignazio Lo Presti, un amico di Buscetta. L'altra fonte è un boss legato alla vecchia guardia. Nei rapporti Cassarà lo chiama “Prima Luce”, proprio perché illumina il buio che avvolge quella società segreta. Gli spiffera nomi, ricostruisce la guerra scatenata da Totò Riina contro Stefano Bontate, indica sicari e covi. “Prima Luce” è Salvatore Contorno, “Totuccio”, il mafioso che un anno dopo diventerà il secondo pentito di mafia.
L'incontro fra Giovanni Falcone e Ninni Cassarà è decisivo per il destino del maxi processo.
Ma Cassarà non potrà mai ascoltare “Totuccio” sul banco dei testimoni del'aula bunker dell'Ucciardone. Viene ucciso con l'agente Roberto Antiochia. Trecento colpi di kalashnikov, il 6 agosto del 1985. Una settimana prima in un agguato se n'è andato anche Beppe Montana, il capo della “Catturandi”.
Intorno all'inchiesta di Falcone sugli Spatola e sugli Inzerillo iniziata alla fine del 1979, ci sono solo morti.
Più l'indagine si allarga e più la mafia alza il tiro. La polizia di Palermo è allo sbando. Questori timorosi, commissari distratti. C'è voglia di tornare al passato. Per fortuna, scendono da Roma funzionari della Criminalpol, che diventano il braccio operativo del giudice della sesta sezione penale. Uno è Gianni De Gennaro, l'altro è Antonio Manganelli, il terzo Alessandro Pansa. Con Falcone hanno un rapporto di fiducia assoluta.
È un'altra grande svolta nell'inchiesta di Palermo. Tutti e tre gli investigatori, pur prendendo in futuro strade diverse, diventeranno uno dopo l'altro capi della polizia di Stato.

Un capolavoro di ingegneria giudiziaria

«Papa, aiutami a far funzionare questo coso!». È un computer Olivetti, uno dei primi che il ministero di Grazia e Giustizia ha spedito a Palermo. Sono accatastati in un angolo del tribunale, ancora avvolti negli imballaggi. È “Papa”, Giovanni Paparcuri, che se ne porta uno nella sua stanza alla sezione dei procedimenti “contro ignoti”, lo accende, lo studia, impara ad usarlo e insegna come si fa al giudice Falcone. È il 1985, alla vigilia della sentenza di rinvio a giudizio per i 706 imputati del maxi.
Tutto l'archivio di Falcone è “informatizzato” da Paparcuri e tutti i segreti del computer di Falcone sono custoditi da Paparcuri. Anche la password dell'Olivetti che il giudice ha sulla scrivania in mezzo alle sue papere colorate: “Avanti”. Giovanni Paparcuri sino al 1983 è l'autista del giudice, un giorno Falcone è in Thailandia per una rogatoria e “Papa” va a prendere il consigliere istruttore Chinnici a casa sua. È quel 29 luglio. Anche Giovanni rimane incastrato fra le lamiere dell'auto corazzata. Si salva per miracolo. E poi il miracolo lo fa lui con i suoi computer.
Il maxiprocesso sta per iniziare. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo decidono di sposarsi, fissano la data del matrimonio a maggio del 1986. Il giorno prima delle nozze Falcone confida a Borsellino: «Con Francesca abbiamo deciso di non avere figli, la lista degli orfani è già lunga..».
Ogni via di Palermo ha una lapide, una croce, un altarino con un mazzo di fiori. Totò Riina è latitante da diciassette anni e Bernardo Provenzano da ventitré.
E nessun giudice vuole fare il presidente del maxiprocesso. Qualcuno s'inventa malattie, qualcun altro problemi di famiglia. Hanno paura. Accetta solo un magistrato del civile, Alfonso Giordano. A lui affiancano un giudice che ha un grande sapere di mafia, Pietro Grasso. È quello che ha indagato per primo sulla morte del presidente Piersanti Mattarella. Un giorno Grasso viene trascinato da Falcone in una stanza. Falcone agita una mano davanti a un milione di pagine e gli sorride: «Ti presento il maxiprocesso».
Si apre il 10 febbraio del 1986 e si chiude il 16 dicembre 1987 con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. È la prima sconfitta della mafia da quando c'è la mafia.
È il capolavoro di ingegneria giudiziaria di Giovanni Falcone. Il suo “metodo” ha vinto.  
Falcone confessa a Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra, un libro testamento: «Professionalità significa innanzitutto adottare iniziative quando si è sicuri dei risultati ottenibili. Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora».
In queste parole c'è molto del pensiero del giudice. L'essenza “rivoluzionaria” del suo riformismo, la sua diversità, c'è il suo genio.
Con il maxiprocesso è finita per sempre l'epoca delle assoluzioni per insufficienza di prove. È il primo successo dello Stato italiano contro Cosa nostra.
«La mafia è stata sconfitta per sempre», dichiarano trionfanti i ministri di Roma il giorno dopo la sentenza di primo grado. C'è euforia. L'unico che non si fa contagiare dalla sbornia è Falcone. Conosce troppo bene la mafia.

Lentamente, verso la morte

Talpe. Corvi. Sciacalli. Cosa vuole ancora questo Falcone? La sua gloria l'ha avuta, rientri nei ranghi, basta con questi processi con centinaia di imputati, basta con i “teoremi”. Chi si crede di essere, lo zar dell'Antimafia?
Il primo segnale arriva quando se ne va Caponnetto e il Consiglio superiore della Magistratura, nella primavera del 1988, mette al suo posto Antonino Meli.
Chi più di Falcone ha le carte in regola per occupare quella poltrona, per competenza, per la straordinaria prova che ha dato di sé, per i suoi contatti internazionali, per la sua dedizione assoluta alla causa, per il suo senso dello Stato? Ma Falcone va fermato. E lo fermano.
C'è già stata l’“aggiustatina” in appello del maxi, dove una Corte nega l'unitarietà dell'organizzazione criminale. Con la nuova nomina del consigliere istruttore Meli, l'inchiesta di Falcone si riduce a uno “spezzatino antimafia”, frantumata in una ventina di indagini sconnesse una dall'altra. In due settimane Meli seppellisce il pool. I primi nemici del giudice sono sempre i giudici.
Nel breve volgere di qualche anno Giovanni Falcone accumula una disfatta dopo l'altra.
Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come Alto commissario antimafia. Bocciato come candidato al Csm. Bocciato come procuratore nazionale.
Sulle colonne di questo giornale Mario Pirani lo descrive come l'Aureliano Buendia di Cent'anni di solitudine, che ha combattuto trentadue battaglie e le ha perse tutte.
La sua morte intanto è sempre più vicina. L'attentato fallito all'Addaura e le “menti raffinatissime” che l'hanno organizzato, le lettere di calunnia sul ritorno dei pentiti in Sicilia che lui avrebbe pilotato, il nuovo procuratore Piero Giammanco che lo umilia ogni giorno facendogli fare anticamera e fermando le sue indagini.
Falcone decide di lasciare Palermo. E accetta un incarico al ministero di Grazia e Giustizia, come direttore generale degli Affari Penali. Per molti è un tradimento. Anche gli amici e pezzi dell'Antimafia che gli sono sempre stati vicini lo accusano: «Ti sei venduto al potere e hai tenuto chiuse nei cassetti le indagini sui delitti politici». Un'altra sofferenza per il giudice. Non può stare in Sicilia, non può stare a Roma. Ha sempre qualcuno contro. Per quello che fa o per quello che non fa.  
È il settimo governo Andreotti, ministro degli Interni il democristiano Vincenzo Scotti, ministro della
Giustizia il socialista Claudio Martelli. Il 13 marzo 1991 Falcone prende servizio al ministero di via Arenula.
Sembra un altro uomo, apparentemente più sollevato, meno infelice.
Presenta un “piano”. Confische dei beni, una legge sui pentiti, il carcere duro per i boss. È il suo “pacchetto antimafia”. I mafiosi capiscono quel che c'è da capire: a Roma sta diventando più pericoloso che a Palermo.
L'Italia è un paese che riserva sempre sorprese. Giulio Andreotti, l'uomo politico che più di tutti gli altri ha avuto i voti dei “galantuomini” per un trentennio, è il presidente di quel governo - decima legislatura - che sarà ricordato come l'esecutivo che approva le leggi antimafia più severe della nostra Repubblica.
Nel periodo romano - un anno e tre mesi - Falcone gioca il tutto per tutto.
Il nuovo direttore degli Affari penali ordina un'indagine sulla Cassazione e dispone, per i processi di mafia, una “rotazione” delle sezioni penali. Il maxi non passerà più dalle grinfie di Carnevale, la “leggenda in ermellino” che è appostato per regalargli l'ultima mortificazione.
Falcone non lo sa ma è già un uomo morto.
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione conferma gli ergastoli e, soprattutto, l'impianto dell'inchiesta del maxi processo. Il 12 marzo a Mondello uccidono Salvo Lima, l'uomo di Andreotti in Sicilia. Non ha mantenuto la promessa: far saltare il banco dell'inchiesta cominciata dodici anni prima con quell'imprenditore dell'Uditore. La sua uccisione ferma il percorso di Andreotti verso il Quirinale.
Poi, lentamente, Falcone viene attirato nella tonnara.
I killer di mafia sono già a Roma, pronti a tendergli l'agguato con “armi corte”. A Roma è un bersaglio facile. Ma Totò Riina ordina a loro di «scendere», di tornare in Sicilia. Perché Falcone deve morire in un altro modo. In un'operazione militare, di guerra.
Il corteo di auto blindate sull'autostrada, l'esplosione che solleva la terra. Muore il giudice, muore sua moglie Francesca, muoiono i ragazzi della sua scorta, la “Quarto Savona 15”. Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
Quarantotto ore dopo saltano tutti i veti incrociati per l'elezione del Presidente della Repubblica e Oscar Luigi Scalfaro è il nuovo Capo dello Stato. La strage ha un effetto “stabilizzante” per la politica italiana.
E gli avvertimenti di quella piccola agenzia giornalistica – “Repubblica”, vicina a una fazione della corrente andreottiana che fa a capo al deputato Vittorio Sbardella, padrone di tessere della Democrazia cristiana romana, uno soprannominato “lo Squalo” - avevano un loro fondamento.
Dopo cinquantasette giorni muore anche Paolo Borsellino. Dopo un anno le bombe di Firenze, di Roma e di Milano. Nel 1993 vogliono buttare giù con la dinamite anche la Torre di Pisa, vogliono uccidere 100 carabinieri allo stadio Olimpico, vogliono disseminare le spiagge della riviera romagnola con siringhe infettate dal virus Hiv.
Totò Riina? Solo Totò Riina?
 




Oggi, venticinque anni dopo

La mafia dei Corleonesi non c'è più, spazzata via da una repressione poliziesca e giudiziaria senza precedenti. Totò Riina è ormai un clown in cattività, un personaggio che recita a soggetto e che fa minacce al vento alle quali tutti fanno finta di credere.
Non ha più esercito, non ha più un popolo, con le stragi del 1992 a Cosa nostra ha causato più danni di Buscetta.
Dopo le inchieste della prima ora, alcune rigorose e altre taroccate, dopo i depistaggi e le deviazioni e i falsi pentiti, è stata raggiunta una verità giudiziaria che non è poca. La magistratura ha fatto la sua parte, tutti gli uomini della Cupola sono all'ergastolo per la strage e per le stragi. Non era mai accaduto prima. La mafia siciliana sta pagando caro il conto della sua guerra allo Stato.
La verità giudiziaria però non ci consegna i “mandanti altri” o i “concorrenti esterni”, quelli che avevano - insieme a Cosa nostra - l'interesse di eliminare Falcone. È da un quarto di secolo che quattro procure italiane li cercano e non li trovano. Il cratere sull'autostrada è troppo grande per entrare in una piccola aula di giustizia.
Per coprire questa mancanza, per avere una narrazione attendibile e accettabile di quegli avvenimenti, è il momento che altri contribuiscano alla ricerca di una verità storica che ancora non c'è. Con Buscetta e tutti gli altri è crollato il muro di omertà della mafia. Ma il muro di omertà di Stato è rimasto inviolato. Nessuno parla. Nessuno ricorda. Nessuno si pente mai là dentro.
Cosa è accaduto nell'Italia del 1992, quando con l'uccisione di Falcone - e con Tangentopoli - si è dissolta la Prima repubblica? I Corleonesi. E chi, con loro?
A Palermo e in Sicilia dopo quegli attentati non è più scoppiato nemmeno un mortaretto. La mafia è tornata quella di prima, quella di sempre. “Manza”, tranquilla.
Oggi comanda senza armi. Come ai vecchi tempi. Istituzionale, pettinata, politicamente corretta. Pronta a celebrare anche gli “eroi” di cui si è liberata.
Su Giovanni Falcone è stato detto tanto e anche troppo in questi anni di commemorazioni e di parate in alta uniforme. La sua figura esaltata, ma anche usata, debilitata dalla retorica, snervata. La riflessione che ci piace ricordare di più su questa spasmodica lotta per impossessarsi della sua memoria, è quella di Giuseppe D'Avanzo, un giornalista molto stimato dal giudice. Peppe ha scritto dell'«umiliante sottrazione di cadavere» compiuta da coloro i quali hanno voluto «impadronirsi delle sue parole e delle sue azioni», allo scopo di servirsene «agitandolo come una mazza contro gli antagonisti del momento».
Sulla mia scrivania ho una sua foto di quando non aveva ancora quarantacinque anni, un ritratto del 1982 o forse del 1983. Stava ancora dietro agli Spatola e agli Inzerillo. E in un cassetto, da qualche parte, ho conservato la stampata di un grafico dell'Istituto nazionale di Geofisica e di Vulcanologia sui dati trasmessi il pomeriggio del 23 maggio 1992 dalla “stazione” di Monte Cammarata. Gli strumenti avevano registrato «un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci».
Sono tornato lì, sul cratere, una ventina di giorni fa. Dove c'era l'asfalto spaccato e gli ulivi abbattuti dall'esplosione, oggi c'è un quartiere residenziale. Una trentina di villette, a due o tre piani, separate da strade che confinano con il giardino della memoria dedicato ai tre poliziotti della “Quarto Savona 15”.
È un piccolo villaggio costruito sopra e ai margini della devastazione, una speculazione edilizia entrata pochi anni dopo la strage nella relazione prefettizia che - nel 2012 - ha portato allo scioglimento per mafia del comune di Isola delle Femmine. Da giù, si vede sull'altura il casotto dell'acquedotto dove erano appostati con il radiocomando Brusca e gli altri.
Giù è Isola delle Femmine, su è Capaci.
Nell'intrico di viuzze che portano da una villa all'altra, operai dell'azienda del gas hanno posizionato una centrale per la distribuzione del metano. È un parallelepipedo di acciaio con una grande scritta, molto sinistra: «Area in cui può formarsi un'atmosfera esplosiva».

Venticinque anni dopo la strage di Capaci


Le reti sono già al largo, calate a mezzo miglio dalla secca. Ma ancora non soffia il maestrale che spinge dentro i pesci, che li trascina verso la costa. Giochi di venti e di correnti. Poi arriva l'onda lunga di ponente e l'ultimo branco scivola nell'ultima “camera”, che è quella della morte. Con il mare siciliano che si colora di mattanza rosso sangue. I suoi cinquantatré anni e cinque giorni li vuole festeggiare a Favignana per il passaggio dei tonni, il misterioso cammino che da secoli e secoli si ripete a ogni primavera quando fra le onde vengono apparecchiate ingegnose trappole fatte di nodi e cime, funi, cavi, grovigli di cordame che sono labirinti di inganno. A maggio, nella tonnara c'è finito anche lui.


È un pomeriggio caldo, di luce violenta. Un sabato italiano del 1992.

A Roma, dopo quindici scrutini e quindici fumate nere, deputati e senatori non riescono ancora ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. A Palermo già si tuffano dagli scivoli di cemento dell'Addaura. Patti segreti, bagni di sole, sudori di potere e di calura mentre la velina di una piccola agenzia giornalistica avvisa «di un botto esterno, qualcosa di drammaticamente straordinario» che potrebbe influenzare la corsa al Quirinale. Premonizioni.
Poi la terra trema, sembra una scossa di terremoto. Ma è una carica di cinquecento chili d'esplosivo che ingoia Giovanni Falcone, al km 4+773 dell'autostrada che corre dall'aeroporto fino alla città. Allo svincolo di Capaci, prima della grande curva.
La strage di Capaci. La bomba di Capaci. L'inferno di Capaci. O anche “la disgrazia di Capaci”, come mi ha detto una volta Antonina Brusca, dama di carità di San Vincenzo e madre di Giovanni, il mafioso che quel giorno era sulla montagnetta con un radiocomando fra le mani.
Capaci. Capaci. Tutti ripetiamo sempre Capaci e indichiamo fin dal primo momento un luogo che non è quello, trasportiamo la “scena del crimine” a qualche decina di metri, una piccola confusione geografica per un cartello stradale ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, un dettaglio irrilevante e innocente.
Ma cosa c'è, cosa c'è che possiamo ritenere di veramente innocente dopo un quarto di secolo in questa grande tragedia nazionale? Cosa ci aspettiamo o ci auguriamo di trovare ancora oggi di trascurabile e insignificante in quel cratere profondo quasi quattro metri?  
Giovanni Falcone, alle 17.56 minuti e 48 secondi se ne sta andando per sempre nel territorio di un altro comune della provincia palermitana che è lì a un passo, quasi attaccato, Isola delle Femmine. Un paese che si allunga davanti a uno scoglio deserto che alla sua estremità ha una torre innalzata per l'avvistamento dei corsari barbareschi, una pietra sopra l'altra nel tratto di Tirreno fra Punta Raisi e Capo Gallo, all'orizzonte Ustica, in lontananza il profilo glabro di Montepellegrino, dietro e sotto Palermo sprofondata nella sua paura.
La sua seconda vita era cominciata tredici anni prima di quel 23 maggio.



Le tribù di Palermo

Sua Eccellenza Giovanni Pizzillo, primo presidente della Corte di Appello di Palermo, il magistrato più alto in grado del distretto giudiziario, una mattina spalanca la porta della stanza del consigliere istruttore Rocco Chinnici e urla: «Voi state rovinando l'economia con le verifiche della Finanza. Carica di altri processi quel Falcone, in maniera che cerchi di scoprire nulla, perché tanto i giudici istruttori da quando mondo è mondo non hanno mai scoperto nulla».
È la fine del 1979. Palermo è una città avvolta in un silenzio spettrale. La giustizia è marcia, la mafia non esiste, le cause si decidono fuori dalle aule, le assoluzioni si barattano nei “villini a mare” di Mondello e di Sferracavallo.
I Principi del Foro in dibattimento fanno scena: «Signor Presidente, la prova!, mi deve portare la prova!».
Avvocati di corridoio, che sono lì per guardare, per vedere chi entra e chi esce dalle cancellerie. Avvocati di controllo, che devono sempre sapere se qualcuno sbaglia a parlare durante un interrogatorio.
Gli ergastoli sono destinati solo agli “scafazzati”, gli schiacciati dalla vita, gli ultimi, relitti umani che sopravvivono in una Palermo che è un recinto, popolata da tribù che si proteggono una con l'altra.
In questa sacca infetta, il giudice della sesta sezione penale dell'ufficio istruzione Giovanni Falcone ha appena firmato un ordine di sequestro per alcuni assegni scambiati alla sede centrale della Cassa di Risparmio per le province siciliane.
Sono già sulla sua scrivania, tutti sistemati per ordine di data davanti a piccole papere di terracotta o di legno e in mezzo a una mezza dozzina di penne stilografiche e boccette di inchiostro verde. Gli assegni sono allineati uno dietro l'altro, “girati” sempre agli stessi nomi.
Inzerillo Santo. Di Maggio Rosario. Gambino Tommaso. Inzerillo Pietro. Di Maggio Salvatore. Gambino Giuseppe.
Sono tutti imparentati fra loro e tutti hanno fratelli o cugini emigrati dall'altra parte dell'Atlantico, a Cherry Hill, nello Stato del New Jersey. È una grande famiglia.
Il giudice della sesta sezione penale arriva a loro inseguendo i movimenti di un costruttore che a Palermo considerano un benefattore: dà lavoro ad almeno diecimila edili. Si chiama Rosario Spatola, ha un'impresa all'Uditore - in via Beato Angelico - e una fedina penale immacolata. Solo una contravvenzione: quando faceva il venditore ambulante, allungava il latte con l'acqua.
Rosario Spatola ha appena vinto un appalto per 442 alloggi bandito dall'Istituto autonomo case popolari, il presidente dell'ente è Vito Ciancimino. L'uomo che è stato sindaco di Palermo per nove giorni e padrone di Palermo per vent'anni.
Quel Rosario Spatola è sposato con una certa Filippa Inzerillo, che è la sorella di Totuccio Inzerillo, anche lui imprenditore ma pure uomo di fiducia - anzi, l'uomo di fiducia - di Stefano Bontate. Il capo mafia di Palermo.
Lo chiamano “Il Principe”, in una città soffocata da antiche leggi non scritte lo ossequiano come una divinità. Bontate è l'erede più moderno di un'aristocrazia criminale che vorrebbe Palermo com'è e come è sempre stata, immobile.
Studiando quegli assegni e indagando sugli intrecci familiari, il giudice entra negli affari e nei segreti di un'organizzazione. Giovanni Falcone sospetta di un traffico di stupefacenti: eroina che parte dalla Sicilia e soldi che tornano nelle banche palermitane.
E poi c'è anche un grande mistero dietro gli Spatola e gli Inzerillo. È appena scomparso da New York - rapito? fuggito? - un finanziere che in quegli anni controlla almeno il 40 per cento delle azioni che passano dalla Borsa di Milano, uno che è finito sulla copertina della rivista Time con un titolo molto impegnativo: L'italiano di maggiore successo dopo Mussolini.
Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo ha appena incoronato come «il salvatore della lira», ma Michele Sindona è sparito all'improvviso dopo una agitatissima telefonata fatta da una cabina di Manhattan. Il giudice Falcone scopre che si nasconde in Sicilia sotto falso nome. E che gira per Palermo con una parrucca che gli copre il cranio rasato e un passaporto intestato a Joseph Bonamico. È ospite, e forse anche un po' prigioniero, di tutti gli amici del “benefattore” Rosario Spatola.
Sua Eccellenza Pizzillo è molto preoccupato.




Il ritorno nella sua città

Quarant'anni non li ha ancora fatti e ha deciso di tornare nella sua città. L'ha lasciata nel 1964, dopo sei mesi come uditore proprio al Palazzo di Giustizia di Palermo. Un anno di pretura dall'altra parte della Sicilia, a Lentini. E poi altri dodici anni a Trapani. Come sostituto procuratore, giudice istruttore e di sorveglianza, prima tanto penale e alla fine anche un po' di civile. È un tribunale piccolo quello di Trapani, ma è anche un osservatorio molto speciale che gli fa incontrare per la prima volta la mafia.
Ha la faccia di Mariano Licari, “uomo di rispetto” di Marsala invischiato in una misteriosa compravendita di terreni che aveva lasciato due cadaveri a terra. Il sostituto procuratore Falcone pensa di avere in mano la carta giusta per incastrare il mafioso: è un funzionario delle tasse, un testimone che accusa Licari. In dibattimento qualcuno si accorge però che i giurati popolari vengono avvicinati e intimiditi, il processo viene trasferito a Salerno. E ricomincia dall'inizio. Licari viene assolto. All'ultima udienza, il boss si avvicina al suo accusatore e gli sibila all'orecchio: «Sei un carabiniere a cavallo».
È l'insulto peggiore per un mafioso, più di “cornuto e sbirro”. Il carabiniere a cavallo è l'emblema dello Stato, il primo nemico.
Trapani, provincia apparentemente sonnolenta dove tutti conoscono tutti, tutti frequentano tutti, tutti coprono tutti. Piccola borghesia di provincia e mammasantissima al riparo dalla legge, tanti sportelli bancari quanti ce ne sono in Svizzera e in Lussemburgo, logge segrete, intoccabili i fratelli Minore e ancora più intoccabili di loro quei cugini di Salemi che fanno gli esattori, Nino e Ignazio Salvo. Ricchissimi, potentissimi, mafiosissimi.
Trapani, la città siciliana che qualche anno dopo il regista Damiano Damiani - e non certo per caso - sceglierà come set per la prima Piovra, la fiction che fa conoscere agli italiani la mafia degli intrighi finanziari, degli insospettabili, della politica che si struscia con le Cupole.
Giovanni Falcone e sua moglie Rita Bonnici - si erano conosciuti a una festa a Palermo nel 1962 e si erano sposati due anni dopo, quando lui aveva appena superato gli esami per magistrato - hanno amici fra i giudici e gli avvocati trapanesi. Rita è bruna, bella, con tanta voglia di vivere. È lei che lo trascina. A San Vito Lo Capo, allo stagnone di Mozia con le sue saline, al “Ciclope”, cous cous, busiate al pesto e Corvo bianco di Salaparuta.
La felicità del matrimonio dura poco, i due si separano, provano ancora, si lasciano definitivamente. E il magistrato fa domanda per tornare a Palermo. È l'inverno del 1978.
Falcone trova un'altra città. Più cupa, cattiva.
Va ad abitare in via Notarbartolo. È una strada di vetrine illuminate dai neon, paninerie, panellerie, stuzzicherie, gelaterie, profumerie. Una Palermo luccicante molto distante dalla Kalsa dove era nato, la chiesa sconsacrata della Magione, il Foro Italico, i palazzi devastati dai bombardamenti della seconda guerra. È l'inizio di una nuova esistenza. A cosa va incontro non lo immagina.
Per qualche mese è alla sezione fallimentare, poi chiede il trasferimento all'ufficio istruzione. Lì si è appena insediato il nuovo capo, Rocco Chinnici, un omone alto e grosso che non ha simpatie per i notabili di Palermo e gira per le scuole a parlare di mafia. Lui la pronuncia con due “effe” quella parola, all'antica, come si usava nell'800. Non dice mafia ma dice maffia.
Chinnici ha sostituito un magistrato che non c'è più. Cesare Terranova, assassinato il 25 settembre del 1979, il giorno prima del suo insediamento sulla poltrona di consigliere istruttore. A luglio di quell'anno, il 21, hanno ucciso il capo della squadra mobile Boris Giuliano. A marzo è caduto il segretario provinciale della Democrazia cristiana Michele Reina. A gennaio hanno sparato al giornalista Mario Francese.
Palermo non è più quella di prima.
Il consigliere istruttore Rocco Chinnici assegna al nuovo giudice istruttore un fascicolo. Sul primo foglio c'è quel nome: Rosario Spatola.
Comincia l'avventura di Giovanni Falcone e, per la prima volta nella sua storia, la mafia siciliana ha paura di qualcosa e di qualcuno.





Le Corti dei miracoli

L'indagine su «Rosario Spatola+42» diventerà due anni dopo l'inchiesta su «Michele Greco +160», l'inchiesta su «Michele Greco+160» nel 1985 si trasformerà nella sentenza ordinanza «Abbate Giovanni+706», ottomilaseicentosette pagine, quarantadue volumi con un incipit: «Questo è il processo all'organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l'intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore».
Un'investigazione dietro l'altra e un'investigazione dentro l'altra per scoprire che non ci sono poche o tante “famiglie” che regnano su Palermo e sulla Sicilia, ma c'è una e una sola organizzazione che ha un vertice, un governo che si chiama “Commissione”. È la scoperta della mafia.
Per arrivare a capire cos'è e quanto potere ha, il giudice istruttore della sesta sezione penale rivoluziona un sistema d'indagine. Non segue più un singolo indiziato ma un gruppo di indiziati legati da vincoli di sangue che insieme fanno impresa, che insieme vincono appalti, che insieme esportano la “pasta” - la morfina base - nel New Jersey, che insieme corrompono pubblici funzionari e insieme taglieggiano commercianti e ordinano omicidi.
Falcone suggerisce agli ufficiali di polizia giudiziaria pedinamenti e appostamenti nelle borgate, firma decreti di intercettazione telefonica, studia tabulati bancari, archivia nei suoi appunti migliaia di dati sui mafiosi e sui loro amici che stanno in Turchia o nel Sud Est asiatico.
Comincia ad esplorare anche la terra di nessuno che c'è in Sicilia, i complici negli apparati statali, alla Regione, in Parlamento. Lo fa con accortezza, muovendo lentamente un passo dopo l'altro, ossessionato dai riscontri per ogni intuizione, alla maniacale ricerca di una conferma investigativa per ogni sospetto. Tutto nel più assoluto segreto.
«La prova, signor Presidente, la prova!».
Come riferimento per la sua indagine Falcone conserva in un piccolo armadio gli atti di due processi. Uno celebrato a Catanzaro contro la mafia palermitana, 114 imputati. L'altro a Bari contro la mafia di Corleone, 64 imputati. Al tempo i dibattimenti con quei personaggi del grande crimine si trasferivano lontano dalla Sicilia per “legitima suspicione”, legittimo sospetto. Troppi condizionamenti e troppe paure.
Il primo processo si era chiuso alla vigilia del Natale del '68 con una raffica di assoluzioni. Tutti liberi i Chiaracane, i Manzella, i Di Peri, Tommaso Buscetta e Stefano Bontate, i Nicoletti. E così pure il secondo, nel giugno del 1969. Tutti assolti per insufficienza di prove i Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano, Luciano Liggio.
Più che Corti di Assise quelle sembravano Corti dei miracoli.
Magistrati docili, processi costruiti con una manciata di indizi, rapporti di polizia arrangiati, liste di nomi seguite da altre liste che contenevano burocraticamente solo i precedenti penali di ciascun imputato. Non c'era altro.
Il giudice Falcone ha la consapevolezza che bisogna istruire altrimenti i processi di mafia. Proprio come ha cominciato a fare con le sue indagini nelle banche. Perché quei boss sennò restano sempre liberi e innocenti, con trucchi e cavilli i loro consigliori “buttano i processi in nullità” e all'Ucciardone i mafiosi passano solo in transito. Per la “villeggiatura”, dicono loro.
Tutti alla settima sezione, al terzo piano, territorio proibito per gli altri detenuti. Un carcere nel carcere riservato agli uomini d'onore, celle aperte, l'infermeria a disposizione per i summit, il vitto carcerario rifiutato perché “è il mangiare del governo”. All'Ucciardone entrano anche i latitanti. Di giorno le aragoste, di notte le buttane.
Quando a Palermo arriva il giudice istruttore Giovanni Falcone per questo mondo è l'inizio della fine.
Falcone è solo ma non proprio solo. Accanto a lui, c'è un altro magistrato. Si chiama Paolo Borsellino, segue le indagini sull'omicidio del commissario Boris Giuliano e sulla misteriosissima «mafia del Parco». E anche quella sulla morte del capitano Emanuele Basile, il comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale ammazzato la notte del Santissimo Crocifisso, il 4 di maggio del 1980. Prima, all'Epifania, hanno ucciso anche il presidente della  Regione Piersanti Mattarella. Dopo, ad agosto sempre di quell'anno, il procuratore capo della repubblica Gaetano Costa.
Palermo è in guerra.
E barricati nei loro fortini ci sono una dozzina di uomini che investigano sui vivi e sui morti della città. Si muovono come ombre.
Guglielmo Incalza all’“investigativa” della Mobile, il tenente Diego Minnella e il capitano Tito Baldo Honorati del reparto operativo dei carabinieri, il maresciallo Angelo Crispino e il colonnello Elio Pizzuti della guardia di finanza. Poi ne arrivano altri. Ciccio Accordino. Beppe Montana. Ninni Cassarà. Poliziotti. E Angiolo Pellegrini, un ufficiale dell'“anticrimine” dell'Arma.
Sono loro che danno la caccia ai mafiosi. Ma loro sono anche le prede.





Quel giudice è “un problema”

Il salone da barba è il luogo più vietato. Gente che va e viene, vetrine “all'affaccio”, rischioso. E al cinema non ci va più, bisogna liberare tre file avanti e tre dietro. Nemmeno al ristorante. Ci prova una volta. Una sera entra in una trattoria di Mondello, si siede con un amico in un angolo e i vicini cambiano tavolo.
Da quando ha in mano l'indagine su Rosario Spatola il giudice Falcone è l'uomo più protetto d'Italia.
Le strade della città sono attraversate da cortei blindati, garitte, elicotteri che sfiorano i tetti dei palazzi. Un pomeriggio sta tornando a casa e sente dire a un passante: «Certo, che per essere protetto in questo modo, deve avere fatto qualcosa di veramente malvagio».
C'è una Palermo che lo ammira e c'è una Palermo che lo detesta. Ci sono quelli disturbati dal rumore delle sirene e altri terrorizzati dalle sue inchieste. A tutti dà voce Patrizia Santoro, “un'onesta cittadina” che invia una lettera al Giornale di Sicilia che (molto) volentieri pubblica: «Regolarmente tutti i giorni - non c’è sabato o domenica che tenga - al mattino, nel primissimo pomeriggio e alla sera - senza limiti di orario - vengo letteralmente “assillata” da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora, mi domando: non è che questi “egregi signori” potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette di periferia della città, in modo tale che sia tutelata l'incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione?».
L'amministratore del condominio di via Notarbartolo dove abita, gli fa recapitare una raccomandata: «Decliniamo ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell'edificio».
Falcone fa paura. Anche dentro il suo Palazzo di Giustizia. Denigrato apertamente da un paio di colleghi, come Beniamino Tessitore e Giuseppe Prinzivalli. Altri si fingono amici, come Vincenzo Geraci. È malvisto da procuratori capi, procuratori generali, presidenti di sezione di Tribunale e di Appello, mummie che escono allo scoperto solo alle inaugurazioni degli anni giudiziari e patiscono quel magistrato che sta dimostrando una notevolissima capacità investigativa e ha un sacro rispetto delle regole, mai accomodante, che si muove con una decisione fino ad allora sconosciuta. Uno da tenere alla larga.
Dentro il Palazzo, Giovanni Falcone ha pochissimi amici.  In procura solo uno: Giuseppe Ayala. Si vedono anche fuori. Ayala, che è uno dei pubblici ministeri ai quali i giudici istruttori inviano gli atti sulle indagini di mafia, è il suo contatto con quel poco di vita lontano dal bunker dove è rinchiuso.
È un sepolto vivo sempre più famoso, Giovanni Falcone.
In Sicilia e in Italia. E anche negli Stati Uniti d'America. Almeno una volta la settimana parla al telefono con Richard Martin, il procuratore che sta indagando sulla Pizza Connection, siciliani che esportano negli States quintali di stupefacenti e che hanno scelto come quartiere generale un paio di pizzerie di Brooklyn. Ha un rapporto fraterno con Louis Freeh, che da lì a poco viene nominato direttore dell'Fbi. È in intimità con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di Manhattan che sarà poi anche sindaco di New York. Tutti e tre gli americani - che hanno messo gli occhi sui Gambino di Cherry Hill - non fanno un passo senza chiedere prima un consiglio a lui.
Ma il giudice che ci invidiano in America sta cominciando a diventare “un problema” per l'Italia.
Magistrati e avvocati lo chiamano “giudice planetario” per le sue missioni in Thailandia e in Canada. «Ma dove vuole andare a parare questo Falcone?», sussurrano nei corridoi e al bar del Palazzo.
Siamo nei primi anni 80 e per Palermo è già un corpo estraneo. È un magistrato mal tollerato dalla magistratura, ha una sapienza giuridica che non piace ai tecnici del diritto, è slegato dai partiti e dalle fazioni della corporazione. È fuori posto. Falcone. In tribunale. A Palermo. A Roma. È un italiano fuori posto in Italia.
Francesca la incontra a casa di amici e se ne innamora. Anche lei è magistrato, alla procura dei minori. Figlia di magistrato e sorella di magistrato, Alfredo Morvillo, che è un sostituto procuratore. Una relazione come tante. Ma cominciano a circolare pettegolezzi nel Palazzo, veicolati da qualche toga e dai soliti due o tre avvocati. Il pretesto per un intervento “moralizzatore”.
È sempre Pizzillo, il primo presidente - quello che voleva «caricare di processi Falcone» purché non indagasse nelle banche - che un giorno convoca il giudice e gli comunica che scriverà al Consiglio superiore della magistratura. «Date scandalo», dice. E gli fa capire che sta partendo una proposta di trasferimento per “incompatibilità ambientale”. Falcone non fa una piega.
Ha altro a cui pensare. Agli attacchi che gli arrivano da Corrado Carnevale, l’“ammazzasentenze”, il primo presidente della sezione penale della Suprema Corte che ha già cassato quasi 500 verdetti di processi di mafia e terrorismo. È in agguato la “leggenda in ermellino”, al varco ad aspettare l'inchiesta di Falcone iniziata con il boss Rosario Spatola. Sta aspettando il maxiprocesso di Palermo per distruggerlo.
In un'Italia che si scopre supergarantista con i mafiosi, c'è un “partito” contro Falcone «che vuole arrestare tutti».
Ogni giorno il giudice ingoia veleno. Il foglio della città, Il Giornale di Sicilia, l'organo ufficiale del potere palermitano, gli dedica velenosi commenti su “come si fa veramente il giudice” e sulle “comiche figure di strani magistrati che popolano il proscenio giudiziario dei nostri tempi”. E altri articoli contro una struttura giudiziaria specializzata nella lotta alla mafia, che hanno appena creato all'ufficio istruzione.
Il seme l'ha gettato Rocco Chinnici. Ma il vecchio consigliere è morto anche lui: un'autobomba, il 29 luglio del 1983. Un mese prima hanno ucciso il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, l'ufficiale che aveva sostituito Emanuele Basile a Monreale. Un anno prima è toccata al segretario regionale del Pci Pio La Torre e al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.
Palermo città mattatoio.
Al posto di Chinnici arriva da Firenze Antonino Caponnetto. Dopo una settimana riunisce tutti nella sua stanza e annuncia che ora c'è un gruppo di magistrati che si occuperà solo di indagini di mafia: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello.
Il pool. Sono gli ultimi giorni del dicembre del 1983.

Mezza parola

È un lungo silenzio che racconta tanto, forse tutto. Un gioco di sguardi, dove uno “pesa” l'altro per scoprire fino a quale punto può lasciarsi andare. È la “mezza parola” che conta più del discorso, un impercettibile movimento delle labbra, un sopracciglio che si alza, la voce che diventa un soffio. Si intendono e si rispettano fin dalla prima guardata, nel luglio del 1984. Due siciliani seduti uno di fronte all'altro, un uomo dello Stato e un uomo della mafia. Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta. Da quell'incontro finisce il mito dell'invincibilità dei boss, il muro dell'omertà si spezza per sempre.
Quarantacinque giorni. Tanto dura l'interrogatorio di don Masino, in una stanza soffocata dal caldo della Criminalpol di Roma. Loro due, soli. Buscetta che ogni tanto parla e ogni tanto scruta il volto del giudice, Falcone che verbalizza ogni frase senza un cancelliere, l'inchiostro verde della sua stilografica su una montagna di fogli bianchi.
Tutto sul filo delle parole e dei sospiri. Perché Falcone capisce che la “parlata” mafiosa non è solo un linguaggio e non è solo un codice, è esercizio di intelligenza, esibizione permanente di potere. Tutto è messaggio. Anche le sfumature che sembrano più insignificanti, anche i gesti che prendono il posto delle voci.
Don Masino fa tanti nomi, gli spiega che da una parte c'è l'aristocrazia mafiosa e dall'altra quei “terroristi” dei Corleonesi con in testa Totò Riina, ma soprattutto consegna a Giovanni Falcone la chiave per penetrare in un mondo oscuro e attraversarlo.
E lo avvisa: «Non credo che lo Stato italiano abbia veramente intenzione di combattere la mafia. L'avverto, dottor Falcone, dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non se lo dimentichi: il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuderà mai».
Tommaso Buscetta è la prima gola profonda della mafia siciliana che Falcone trasformerà in un collaboratore di giustizia. La sua prima opera d'arte.
Non più informatori nell'ombra al servizio di commissari di polizia o ufficiali dei carabinieri, non più soffiate con delatori interessati e a pagamento. Ma testimoni che accusano se stessi prima di accusare gli altri, che mettono la loro firma sotto un verbale di interrogatorio, che depongono in un'aula di giustizia. Una gestione istituzionale, pubblica e non più segreta. Tutti gli schemi investigativi precedenti saltano, le inchieste subiscono uno sconvolgimento. Falcone capisce che Buscetta è solo il primo. E che altri, tanti altri come lui ne arriveranno. Anche i boss lo capiscono. E si preparano al peggio.
A consegnare don Masino al giudice è Gianni De Gennaro, il capo della Criminalpol di Roma. Due mesi e mezzo dopo il primo faccia a faccia fra Falcone e Buscetta, Falcone ordina al poliziotto 3600 riscontri alla “cantata” di don Masino. All'inizio del 1985 l'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo è pronto a contestare a più di settecento imputati 438 capi d'imputazione e 121 omicidi.
Cosa sa Giovanni Falcone della mafia prima dell'arrivo di Buscetta? Molto. Soprattutto grazie al poliziotto che gli è più vicino, un amico: Ninni Cassarà, il capo dell’“Investigativa” della squadra mobile di Palermo. È uno “sbirro” elegante, colto, intelligente.
Ninni Cassarà ha fonti straordinarie dentro la mafia palermitana. Una è Mariella Corleo, una donna imparentata con gli esattori Salvo. Gli racconta della morte del marito Ignazio Lo Presti, un amico di Buscetta. L'altra fonte è un boss legato alla vecchia guardia. Nei rapporti Cassarà lo chiama “Prima Luce”, proprio perché illumina il buio che avvolge quella società segreta. Gli spiffera nomi, ricostruisce la guerra scatenata da Totò Riina contro Stefano Bontate, indica sicari e covi. “Prima Luce” è Salvatore Contorno, “Totuccio”, il mafioso che un anno dopo diventerà il secondo pentito di mafia.
L'incontro fra Giovanni Falcone e Ninni Cassarà è decisivo per il destino del maxi processo.
Ma Cassarà non potrà mai ascoltare “Totuccio” sul banco dei testimoni del'aula bunker dell'Ucciardone. Viene ucciso con l'agente Roberto Antiochia. Trecento colpi di kalashnikov, il 6 agosto del 1985. Una settimana prima in un agguato se n'è andato anche Beppe Montana, il capo della “Catturandi”.
Intorno all'inchiesta di Falcone sugli Spatola e sugli Inzerillo iniziata alla fine del 1979, ci sono solo morti.
Più l'indagine si allarga e più la mafia alza il tiro. La polizia di Palermo è allo sbando. Questori timorosi, commissari distratti. C'è voglia di tornare al passato. Per fortuna, scendono da Roma funzionari della Criminalpol, che diventano il braccio operativo del giudice della sesta sezione penale. Uno è Gianni De Gennaro, l'altro è Antonio Manganelli, il terzo Alessandro Pansa. Con Falcone hanno un rapporto di fiducia assoluta.
È un'altra grande svolta nell'inchiesta di Palermo. Tutti e tre gli investigatori, pur prendendo in futuro strade diverse, diventeranno uno dopo l'altro capi della polizia di Stato.

Un capolavoro di ingegneria giudiziaria

«Papa, aiutami a far funzionare questo coso!». È un computer Olivetti, uno dei primi che il ministero di Grazia e Giustizia ha spedito a Palermo. Sono accatastati in un angolo del tribunale, ancora avvolti negli imballaggi. È “Papa”, Giovanni Paparcuri, che se ne porta uno nella sua stanza alla sezione dei procedimenti “contro ignoti”, lo accende, lo studia, impara ad usarlo e insegna come si fa al giudice Falcone. È il 1985, alla vigilia della sentenza di rinvio a giudizio per i 706 imputati del maxi.
Tutto l'archivio di Falcone è “informatizzato” da Paparcuri e tutti i segreti del computer di Falcone sono custoditi da Paparcuri. Anche la password dell'Olivetti che il giudice ha sulla scrivania in mezzo alle sue papere colorate: “Avanti”. Giovanni Paparcuri sino al 1983 è l'autista del giudice, un giorno Falcone è in Thailandia per una rogatoria e “Papa” va a prendere il consigliere istruttore Chinnici a casa sua. È quel 29 luglio. Anche Giovanni rimane incastrato fra le lamiere dell'auto corazzata. Si salva per miracolo. E poi il miracolo lo fa lui con i suoi computer.
Il maxiprocesso sta per iniziare. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo decidono di sposarsi, fissano la data del matrimonio a maggio del 1986. Il giorno prima delle nozze Falcone confida a Borsellino: «Con Francesca abbiamo deciso di non avere figli, la lista degli orfani è già lunga..».
Ogni via di Palermo ha una lapide, una croce, un altarino con un mazzo di fiori. Totò Riina è latitante da diciassette anni e Bernardo Provenzano da ventitré.
E nessun giudice vuole fare il presidente del maxiprocesso. Qualcuno s'inventa malattie, qualcun altro problemi di famiglia. Hanno paura. Accetta solo un magistrato del civile, Alfonso Giordano. A lui affiancano un giudice che ha un grande sapere di mafia, Pietro Grasso. È quello che ha indagato per primo sulla morte del presidente Piersanti Mattarella. Un giorno Grasso viene trascinato da Falcone in una stanza. Falcone agita una mano davanti a un milione di pagine e gli sorride: «Ti presento il maxiprocesso».
Si apre il 10 febbraio del 1986 e si chiude il 16 dicembre 1987 con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. È la prima sconfitta della mafia da quando c'è la mafia.
È il capolavoro di ingegneria giudiziaria di Giovanni Falcone. Il suo “metodo” ha vinto.  
Falcone confessa a Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra, un libro testamento: «Professionalità significa innanzitutto adottare iniziative quando si è sicuri dei risultati ottenibili. Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora».
In queste parole c'è molto del pensiero del giudice. L'essenza “rivoluzionaria” del suo riformismo, la sua diversità, c'è il suo genio.
Con il maxiprocesso è finita per sempre l'epoca delle assoluzioni per insufficienza di prove. È il primo successo dello Stato italiano contro Cosa nostra.
«La mafia è stata sconfitta per sempre», dichiarano trionfanti i ministri di Roma il giorno dopo la sentenza di primo grado. C'è euforia. L'unico che non si fa contagiare dalla sbornia è Falcone. Conosce troppo bene la mafia.

Lentamente, verso la morte

Talpe. Corvi. Sciacalli. Cosa vuole ancora questo Falcone? La sua gloria l'ha avuta, rientri nei ranghi, basta con questi processi con centinaia di imputati, basta con i “teoremi”. Chi si crede di essere, lo zar dell'Antimafia?
Il primo segnale arriva quando se ne va Caponnetto e il Consiglio superiore della Magistratura, nella primavera del 1988, mette al suo posto Antonino Meli.
Chi più di Falcone ha le carte in regola per occupare quella poltrona, per competenza, per la straordinaria prova che ha dato di sé, per i suoi contatti internazionali, per la sua dedizione assoluta alla causa, per il suo senso dello Stato? Ma Falcone va fermato. E lo fermano.
C'è già stata l’“aggiustatina” in appello del maxi, dove una Corte nega l'unitarietà dell'organizzazione criminale. Con la nuova nomina del consigliere istruttore Meli, l'inchiesta di Falcone si riduce a uno “spezzatino antimafia”, frantumata in una ventina di indagini sconnesse una dall'altra. In due settimane Meli seppellisce il pool. I primi nemici del giudice sono sempre i giudici.
Nel breve volgere di qualche anno Giovanni Falcone accumula una disfatta dopo l'altra.
Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come Alto commissario antimafia. Bocciato come candidato al Csm. Bocciato come procuratore nazionale.
Sulle colonne di questo giornale Mario Pirani lo descrive come l'Aureliano Buendia di Cent'anni di solitudine, che ha combattuto trentadue battaglie e le ha perse tutte.
La sua morte intanto è sempre più vicina. L'attentato fallito all'Addaura e le “menti raffinatissime” che l'hanno organizzato, le lettere di calunnia sul ritorno dei pentiti in Sicilia che lui avrebbe pilotato, il nuovo procuratore Piero Giammanco che lo umilia ogni giorno facendogli fare anticamera e fermando le sue indagini.
Falcone decide di lasciare Palermo. E accetta un incarico al ministero di Grazia e Giustizia, come direttore generale degli Affari Penali. Per molti è un tradimento. Anche gli amici e pezzi dell'Antimafia che gli sono sempre stati vicini lo accusano: «Ti sei venduto al potere e hai tenuto chiuse nei cassetti le indagini sui delitti politici». Un'altra sofferenza per il giudice. Non può stare in Sicilia, non può stare a Roma. Ha sempre qualcuno contro. Per quello che fa o per quello che non fa.  
È il settimo governo Andreotti, ministro degli Interni il democristiano Vincenzo Scotti, ministro della
Giustizia il socialista Claudio Martelli. Il 13 marzo 1991 Falcone prende servizio al ministero di via Arenula.
Sembra un altro uomo, apparentemente più sollevato, meno infelice.
Presenta un “piano”. Confische dei beni, una legge sui pentiti, il carcere duro per i boss. È il suo “pacchetto antimafia”. I mafiosi capiscono quel che c'è da capire: a Roma sta diventando più pericoloso che a Palermo.
L'Italia è un paese che riserva sempre sorprese. Giulio Andreotti, l'uomo politico che più di tutti gli altri ha avuto i voti dei “galantuomini” per un trentennio, è il presidente di quel governo - decima legislatura - che sarà ricordato come l'esecutivo che approva le leggi antimafia più severe della nostra Repubblica.
Nel periodo romano - un anno e tre mesi - Falcone gioca il tutto per tutto.
Il nuovo direttore degli Affari penali ordina un'indagine sulla Cassazione e dispone, per i processi di mafia, una “rotazione” delle sezioni penali. Il maxi non passerà più dalle grinfie di Carnevale, la “leggenda in ermellino” che è appostato per regalargli l'ultima mortificazione.
Falcone non lo sa ma è già un uomo morto.
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione conferma gli ergastoli e, soprattutto, l'impianto dell'inchiesta del maxi processo. Il 12 marzo a Mondello uccidono Salvo Lima, l'uomo di Andreotti in Sicilia. Non ha mantenuto la promessa: far saltare il banco dell'inchiesta cominciata dodici anni prima con quell'imprenditore dell'Uditore. La sua uccisione ferma il percorso di Andreotti verso il Quirinale.
Poi, lentamente, Falcone viene attirato nella tonnara.
I killer di mafia sono già a Roma, pronti a tendergli l'agguato con “armi corte”. A Roma è un bersaglio facile. Ma Totò Riina ordina a loro di «scendere», di tornare in Sicilia. Perché Falcone deve morire in un altro modo. In un'operazione militare, di guerra.
Il corteo di auto blindate sull'autostrada, l'esplosione che solleva la terra. Muore il giudice, muore sua moglie Francesca, muoiono i ragazzi della sua scorta, la “Quarto Savona 15”. Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
Quarantotto ore dopo saltano tutti i veti incrociati per l'elezione del Presidente della Repubblica e Oscar Luigi Scalfaro è il nuovo Capo dello Stato. La strage ha un effetto “stabilizzante” per la politica italiana.
E gli avvertimenti di quella piccola agenzia giornalistica – “Repubblica”, vicina a una fazione della corrente andreottiana che fa a capo al deputato Vittorio Sbardella, padrone di tessere della Democrazia cristiana romana, uno soprannominato “lo Squalo” - avevano un loro fondamento.
Dopo cinquantasette giorni muore anche Paolo Borsellino. Dopo un anno le bombe di Firenze, di Roma e di Milano. Nel 1993 vogliono buttare giù con la dinamite anche la Torre di Pisa, vogliono uccidere 100 carabinieri allo stadio Olimpico, vogliono disseminare le spiagge della riviera romagnola con siringhe infettate dal virus Hiv.
Totò Riina? Solo Totò Riina?
 


Oggi, venticinque anni dopo

La mafia dei Corleonesi non c'è più, spazzata via da una repressione poliziesca e giudiziaria senza precedenti. Totò Riina è ormai un clown in cattività, un personaggio che recita a soggetto e che fa minacce al vento alle quali tutti fanno finta di credere.
Non ha più esercito, non ha più un popolo, con le stragi del 1992 a Cosa nostra ha causato più danni di Buscetta.
Dopo le inchieste della prima ora, alcune rigorose e altre taroccate, dopo i depistaggi e le deviazioni e i falsi pentiti, è stata raggiunta una verità giudiziaria che non è poca. La magistratura ha fatto la sua parte, tutti gli uomini della Cupola sono all'ergastolo per la strage e per le stragi. Non era mai accaduto prima. La mafia siciliana sta pagando caro il conto della sua guerra allo Stato.
La verità giudiziaria però non ci consegna i “mandanti altri” o i “concorrenti esterni”, quelli che avevano - insieme a Cosa nostra - l'interesse di eliminare Falcone. È da un quarto di secolo che quattro procure italiane li cercano e non li trovano. Il cratere sull'autostrada è troppo grande per entrare in una piccola aula di giustizia.
Per coprire questa mancanza, per avere una narrazione attendibile e accettabile di quegli avvenimenti, è il momento che altri contribuiscano alla ricerca di una verità storica che ancora non c'è. Con Buscetta e tutti gli altri è crollato il muro di omertà della mafia. Ma il muro di omertà di Stato è rimasto inviolato. Nessuno parla. Nessuno ricorda. Nessuno si pente mai là dentro.
Cosa è accaduto nell'Italia del 1992, quando con l'uccisione di Falcone - e con Tangentopoli - si è dissolta la Prima repubblica? I Corleonesi. E chi, con loro?
A Palermo e in Sicilia dopo quegli attentati non è più scoppiato nemmeno un mortaretto. La mafia è tornata quella di prima, quella di sempre. “Manza”, tranquilla.
Oggi comanda senza armi. Come ai vecchi tempi. Istituzionale, pettinata, politicamente corretta. Pronta a celebrare anche gli “eroi” di cui si è liberata.
Su Giovanni Falcone è stato detto tanto e anche troppo in questi anni di commemorazioni e di parate in alta uniforme. La sua figura esaltata, ma anche usata, debilitata dalla retorica, snervata. La riflessione che ci piace ricordare di più su questa spasmodica lotta per impossessarsi della sua memoria, è quella di Giuseppe D'Avanzo, un giornalista molto stimato dal giudice. Peppe ha scritto dell'«umiliante sottrazione di cadavere» compiuta da coloro i quali hanno voluto «impadronirsi delle sue parole e delle sue azioni», allo scopo di servirsene «agitandolo come una mazza contro gli antagonisti del momento».
Sulla mia scrivania ho una sua foto di quando non aveva ancora quarantacinque anni, un ritratto del 1982 o forse del 1983. Stava ancora dietro agli Spatola e agli Inzerillo. E in un cassetto, da qualche parte, ho conservato la stampata di un grafico dell'Istituto nazionale di Geofisica e di Vulcanologia sui dati trasmessi il pomeriggio del 23 maggio 1992 dalla “stazione” di Monte Cammarata. Gli strumenti avevano registrato «un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci».
Sono tornato lì, sul cratere, una ventina di giorni fa. Dove c'era l'asfalto spaccato e gli ulivi abbattuti dall'esplosione, oggi c'è un quartiere residenziale. Una trentina di villette, a due o tre piani, separate da strade che confinano con il giardino della memoria dedicato ai tre poliziotti della “Quarto Savona 15”.
È un piccolo villaggio costruito sopra e ai margini della devastazione, una speculazione edilizia entrata pochi anni dopo la strage nella relazione prefettizia che - nel 2012 - ha portato allo scioglimento per mafia del comune di Isola delle Femmine. Da giù, si vede sull'altura il casotto dell'acquedotto dove erano appostati con il radiocomando Brusca e gli altri.
Giù è Isola delle Femmine, su è Capaci.
Nell'intrico di viuzze che portano da una villa all'altra, operai dell'azienda del gas hanno posizionato una centrale per la distribuzione del metano. È un parallelepipedo di acciaio con una grande scritta, molto sinistra: «Area in cui può formarsi un'atmosfera esplosiva».

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