Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”


Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..


“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “


Pino Ciampolillo

Saturday, April 08, 2017

Garibaldi e Anita? Ma quale grande amore! La vera storia della moglie morta strangolata. Da chi?



Garibaldi e Anita? Ma quale grande amore! La vera storia della moglie morta strangolata. Da chi?

Un bell’interrogativo che la dice lunga – ma veramente molto lunga – su un personaggio del risorgimento sul quale gli storici ‘officiali’ del nostro Paese hanno scritto e continuano a scrivere cumuli di bugie. Anche nella vicenda della morte della moglie Anita, Garibaldi ne esce malissimo. Ombre pesanti che non sono legate a dicerie, ma a fatti di cronaca ancora oggi rintracciabili: fatti che sono stati semplicemente nascosti per dare al mondo un’immagine sbagliata di questo personaggio torbido  
di Ignazio Coppola
Ed è del periodo riograndese l’incontro di Giuseppe Garibaldi con Anita, che la dice, anche qui lunga, su questo “gentiluomo” senza scrupoli. È lui stesso nelle sue memorie a raccontare dettagliatamente dell’incontro avvenuto nell’ottobre del 1838 con la donna che poi lo seguirà per undici anni nella sua avventurosa esistenza, condividendo le sue peripezie prima di finire abbandonata, morente, in fuga dagli austriaci nella pineta di Ravenna.
“Passeggiavo sul cassero della mia nave – ricorda il nizzardo – perso nei miei cupi pensieri. A un tratto, posai lo sguardo all’ingresso della Laguna dove vi erano alcune pittoresche e semplici abitazioni. Puntando il cannocchiale, che abitualmente tenevo a portata di mano quand’ero sul cassero, vidi una giovane e ordinai che mi portassero immediatamente a terra in quella direzione. Appena sbarcato, mi diressi dove avrebbe dovuto essere la meta del mio viaggio. Ma non trovai nulla. Per caso incontrai un abitante del luogo, che avevo conosciuto subito dopo il mio arrivo in città (si trattava di Manoel Duarte, il legittimo marito di Anita) e egli mi invitò a prendere un caffè a casa sua. Entrammo e la prima persona che vidi era la donna che mi aveva spinto a sbarcare. Era Anita”.
“Restammo affascinati, guardandoci come persone che non si vedono per la prima volta e che cercano, sul viso dell’altra, qualcosa che aiuti a ricordare – scrive sempre Garibaldi -. La salutai e le dissi: devi essere mia (coupe de foudre, da vero tombeurs des femmes). Parlavo poco il portoghese e pronunciai in italiano queste parole impertinenti. Comunque, la mia insolenza fu magnetica. Avevo stretto un nodo, una sentenza che solo la morte poteva distruggere. Se vi fu colpa, fu interamente mia. E vi fu colpa. Due cuori si univano e si annientava l’esistenza di un innocente. Ora lei è morta, io sono infelice e lui è vendicato. Così capii il male che avevo fatto”.
Una confessione postuma, nelle sue memorie, di colpevolezza e di rimorso nei confronti di Anita ma, soprattutto, nei confronti dell’incolpevole marito. Che fine abbia fatto Manoel Duarte non si sa. Qualcuno azzardò a dire che, per non essere d’ingombro, lo sfortunato marito fu eliminato. A rafforzare questa tesi, la testimonianza postuma di un discendente del marito tradito, Taciano Barreto Nascimento, che così riferisce nel 1935 a proposito delle memorie della sua famiglia:
“Anita, sposatasi con Manoel, andò a vivere in casa del bisnonno, Joao Duarte, sulla collina di Barra, di fronte al molo dove ancoravano le navi dei farrapos. Garibaldi, frequentando la casa dei Duarte, conobbe Anita e se ne innamorò. Il marito di Anita fu arrestato dai soldati di Garibaldi e quest’ultimo si impossessò della ragazza con la quale già amoreggiava”.
L’eroe dei due mondi, secondo la versione del discendente del legittimo marito, s’era impegnato a liberare il Duarte ma, a quanto pare, i soldati lo avevano già ucciso.
All’atto del matrimonio, celebrato a Montevideo il 26 marzo 1842, Aña Maria de Jesus Ribeiro da Silva, stranamente, risultava nubile. Dall’unione con Anita, Garibaldi ebbe quattro figli: Menotti, Rosita (morta a 2 anni), Teresita e Ricciotti. Ma, se un alone di dubbio e mistero caratterizzò l’incontro tra Garibaldi e Anita a proposito della scomparsa del suo marito legittimo, ancora più di giallo si tinge la morte della stessa Anita avvenuta il 4 agosto del 1849.
Garibaldi, in fuga dalla Repubblica Romana e inseguito dalle truppe austriache e papaline, ai primi di agosto, lasciata San Marino con i pochi uomini che gli erano rimasti e con Anita in gravissimo stato, cercava di arrivare alla costa romagnola per poi raggiungere Venezia. Braccato dagli inseguitori, trovò alla fine rifugio nella fattoria Guiccioli, in località delle Mandriole, nei pressi di Ravenna.
Il fattore Ravaglia e la moglie assieme al medico Piero Nannini prestano i soccorsi alla morente Anita che, a detta di Garibaldi, cessò di vivere tra le sue braccia alle 7 e tre quarti del 4 agosto 1849. Così riporta nelle sue memorie:
“Le presi il polso, più non batteva. Avevo davanti il cadavere di colei che io tanto amava. Piansi amaramente la perdita delle mia cara Anita. Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dare sepoltura a quel cadavere e mi allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa che io compromettevo rimanendo più tempo”.
Fin qui il racconto di Garibaldi che non fa una grinza. Ma la vicenda si tinge a forti tinte di giallo quando, sei giorni dopo la morte, il 10 agosto, una ragazzina del luogo, tale Speranza, rientrando nella propria casa che sorgeva a breve distanza della fattoria Guiccioli, inciampa in qualcosa di indefinito e, con grande raccapriccio e paura, s’accorge che si tratta di una mano che emerge da uno strato di sabbia ed è scarnificata perché probabilmente divorata dai cani. Intervengono la polizia del luogo e le autorità competenti. Viene dissotterrato un cadavere. È quello del corpo in decomposizione e martoriato di Anita Garibaldi.
“Trattasi del cadavere di Anita Garibaldi incinta e moglie del bandito Giuseppe Garibaldi, che tra l’altro presenta segni non equivoci di sofferto strangolamento”, scriverà poi nel suo rapporto il delegato di polizia riprendendo il referto, in seguito all’esame autoptico eseguito dal medico legale, il professor Luigi Foschini primario dell’ospedale di Ravenna.
Certificata morte per strangolamento, dunque. Ma allora che cosa accadde alle ore 7 e tre quarti del 4 agosto? Anita era ancora viva, a differenza di quanto sostiene Garibaldi nelle sue memorie? E chi la uccise, strangolandola per eliminare, essendo lei debole e malata, un ostacolo alla fuga del marito o un pericolo compromettente la sua presenza alla fattoria Guiccioli? Motivi per cui, essendo ancora viva, era opportuno in qualunque modo disfarsene.
Sorge per questo una miriade di interrogativi e illazioni. Le autorità, in un primo momento, fanno balenare l’ipotesi che sia stato lo stesso Garibaldi a uccidere la moglie incinta. Poi procedono all’arresto del fattore Ravaglia e di sua moglie sotto l’accusa di correità e complicità nel supposto omicidio dell’incognita donna del ben noto Garibaldi e di ospitalità al ricercato. Al processo, i Ravaglia saranno assolti. Tutto chiaro? Mica tanto!
Ma, allora, chi ha strangolato Anita?
Si mormorò allora che il processo fosse pilotato per evitare lo scandalo che sicuramente avrebbe coinvolto il marchese Guiccioli, persona di grande prestigio e notabile del luogo. Per i Ravaglia, finiti i guai giudiziari, continuarono quelli con il più terribile brigante romagnolo di quei tempi: Stefano Pelloni, detto il Passator Cortese, il quale, convinto che i Ravaglia si fossero impossessati di un tesoro abbandonato da Garibaldi in fuga, cercò in tutti i modi di far loro rivelare, con le buone e con le cattive, il luogo dove avevano nascosto l’ipotetico tesoro.
Di ciò non se ne seppe più niente, sottaciuto da storiografi e agiografi compiacenti, ma rimane il be-neficio del dubbio su una vicenda poco chiara da cui Garibaldi, certamente, ancora una volta non ne esce molto bene.
Come altrettanto poco bene, anzi ridicolizzato, se ne uscirà dal suo secondo matrimonio da commedia all’italiana, quando lui aveva già 52 anni con la giovanissima marchesina Giuseppina Raimondi, e celebrato a Como il 24 gennaio del 1860. Un matrimonio che durò in tutto poco meno di un’ora e che all’epoca, fece ridere mezzo mondo (qui potete leggere l’articolo del matrimonio boccaccesco di Giuseppe Garibaldi).
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Quando il massone Garibaldi si mise a disposizione della Chiesa di Roma. E gli ‘storici’? Tacciono…


La trattativa tra Stato e mafia comincia nel 1860, con Garibaldi in combutta con mafia e camorra


Sapevate che Garibaldi era uno ‘scafista’? Trasportava cinesi che poi venivano venduti come schiavi!


L’impresa dei Mille vista da Antonio Gramsci: una mistificazione che ha ridotto in schiavitù la Sicilia e il Sud




Il boccaccesco matrimonio di Giuseppe Garibaldi con una minorenne un po’ ‘vivace’…

La storiografia ufficiale non parla di questo strano matrimonio mai consumato dall’ ‘Eroe dei due mondi’. E’ una storia di corna che, in effetti, a scuola, i professori avrebbero qualche difficoltà a illustrare ai ragazzi. Visto che non siamo a scuola – e visto che a noi della storia italiana scritta dagli ‘storici’ per conto dei potenti non ce ne può fregare di meno – ve la raccontiamo noi. Buon divertimento… 
di Ignazio Coppola
Se Giovanni Boccaccio anziché nel 1300 fosse vissuto qualche secolo più avanti avrebbe certamente scritto una versione aggiornata del suo Decamerone con protagonista principale l’ ‘Eroe dei due Mondi’, alias Giuseppe Garibaldi, narrando con dovizia di particolari il matrimonio della stagionata camicia rossa con una giovanissima rampolla della nobiltà lombarda di allora, la marchesina Giuseppina Raimondi.
Chi meglio di Giovanni Boccaccio avrebbe potuto infatti narrare, aggiornando la sua celebre opera narrativa, il matrimonio celebrato esattamente 157 anni fa, nel gennaio del 1860, a Fino Di Mornasco, in provincia di Como in riva all’omonimo lago, tra il biondo ‘condottiero’ del risorgimento e la già citata marchesina, di cui pochi, per il complice silenzio della storiografia ufficiale, conoscono l’esistenza. Ma andiamo alla cronaca rosa-nera di quell’evento che, da lieta, nel breve giro di poche ore (infatti durò il breve spazio di un mattino) si trasformò in tragi-comico. Una vicenda che, in conclusione, finì per coprire di ridicolo il nostro ‘Eroe dei due mondi’.
Correva l’anno 1860 e Garibaldi, da 12 anni vedovo di Anita, a 52 anni suonati si innamora, ai limiti della pedofilia, della appena diciassettenne marchesina Giuseppina Raimondi, alla quale, nonostante i 36 anni di differenza, dichiara in ginocchio tutto il proprio amore, per convincerla al grande passo del matrimonio.
La marchesina, prima esitante, alla fine stranamente acconsente. Il 24 gennaio, da don Filippo Gatti, prevosto vicario, vengono celebrate le nozze nella cappella privata della tenuta della famiglia Raimondi, alla presenza del governatore di Como, Lorenzo Valerio, e del conte Giulio Porro Lambertenghi in qualità di testimoni, nonché di numerosi invitati.
Garibaldi, per nulla presago di quanto sarebbe accaduto di lì a poco, raggiante stringe il braccio della sposina. Ma al momento in cui, dopo il fatidico sì, gli sposi escono dalla chiesa, avviene il colpo di scena. Uno sconosciuto si avvicina a Garibaldi e gli consegna una lettera. Il novello sposo trasecola alla lettura del suo contenuto e chiede spiegazioni a Giuseppina, la quale farfuglia, cercando inutili giustificazioni.
La lettera contiene prove palesi che la marchesina Raimondi, sua moglie da qualche minuto, ha due amanti. Uno di loro è un ufficiale dello stesso Garibaldi, il tenente Luigi Caroli, l’altro è il marchese Rovelli, cugino della ragazza. Tra l’altro, la vigilia delle nozze, la marchesina ha avuto rapporti intimi con Caroli ed è incinta dello stesso Caroli e quella con lui è una tresca nota a tutti tranne che a Garibaldi. Un bel ginepraio. Ce n’è abbastanza perché il nostro “eroe”, cercando di colpire con un ceffone la fedifraga, dopo averle lanciato contro una sedia, la apostrofasse con un duro:
Siete una puttana”.
“Credevo di essermi sacrificata sposando un eroe, ma siete solamente un brutale soldato”, fu la risposta di lei.
La sera stessa, Garibaldi partì per Caprera e cercando, nei mesi successivi, di dimenticare la brutta avventura, si tuffò anima e corpo nell’impresa dei Mille, che iniziò appena quattro mesi dopo ai primi di maggio del 1860.
In definitiva l’Unità d’Italia deve qualcosa alla marchesina Raimondi e, soprattutto, i meridionali e i siciliani devono eterna  “riconoscenza” alla giovanissima rampolla della famiglia Raimondi per essere stati “liberati” da un marito tradito che, toltosi dalla testa il “peso” (e che peso)  di quel matrimonio si dedicò esclusivamente, in nome di Vittorio Emanuele II, alla conquista del Sud.
Sullo scandalo la stampa dell’epoca stese un pietoso velo. Chi rise a crepapelle, a quanto si racconta, fu lo stesso Vittorio Emanuele II, futuro re d’Italia e alle prese con la “bela Rosin”, molto esperto nell’arte amatoria. L’ ‘Eroe dei due mondi’, incassata questa ridicola e pessima figuraccia, con una ragazzina di primo pelo, dovette attendere ben 20 anni prima che il matrimonio con la marchesina Raimondi, rato e mai consumato, venisse con un cavillo giuridico annullato per sposare Francesca Armosino, sua terza moglie, e così legittimare i due figli, Clelia e Manlio, avuti da lei nel frattempo.  Per ottenere l’annullamento, che fu sentenziato il 14 gennaio 1880, due anni prime della sua morte, Garibaldi tentò le umane e divine cose facendo leva sul proprio prestigio e sulla propria autorevolezza dispiegando, nei processi che ne seguirono, a più non posso avvocati e testimoni , ma sopratutto chiedendo, lui di fede più marcatamente repubblicana che monarchica, con una supplica l’autorevole intervento del re Umberto I, nel frattempo succeduto al padre Vittorio Emanuele II, morto il 9 gennaio 1878, affinché risolvesse con un decreto in suo favore l’angoscioso problema.
A tal proposito, tra l’altro, così ebbe a scrivere al re nel settembre del 1879:
“Ed ora l’accordare lo scioglimento di questi matrimoni, per la mutata condizione di cose, e per il nostro diritto pubblico interno, è una delle prerogative della Maestà Vostra (con ciò Garibaldi in buona sostanza chiedeva ad Umberto I sovrano costituzionale di sostituirsi al magistrato,) il matrimonio contratto dal sottoscritto, essendo appunto ratto e non consumato, egli supplica perciò la Maestà Vostra volerne con un suo sovrano decreto accordarne lo scioglimento a datare dal 24 gennaio del 1860. Della Maestà Vostra devotissimo, Caprera 4 settembre 1879  firmato Giuseppe Garibaldi”.
Il processo, malgrado la supplica ad Umberto I, andò avanti anche per l’ostinazione della Marchesa Raimondi a non voler concedere l’annullamento e che suscitò l’inviperita reazione di Garibaldi che certo non si comportò come vedremo da gentiluomo degno di un padre della Patria.
Stizzito dal comportamento della moglie di un giorno, invia, per informare l’opinione pubblica, delle lettere infamanti e denigratorie nei confronti di lei ad alcuni giornali, La Capitale di  Roma e Il Telegrafo di Livorno e i cui direttori Dobelli e Bandi (ex garibaldino) per decenza non le pubblicano. Le lettere contengono della accuse infamanti nei confronti  della Raimondi, ossia quelle di continuare ad avere numerosi amanti antichi e nuovi, una vera e propria ninfomane, aggiungendo la ciliegina sulla torta, ovvero quella che la marchesina sua moglie aveva avuto anche rapporti incestuosi con il padre e per allontanarsi dall’orco paterno aveva chiesto, a suo tempo, al generale di sposarla.
Questa serie di infamie – conclude nelle lettere Garibaldi – mi obbligarono il 24 gennaio del 1860 naturalmente a fuggire da quella casa maledetta”.
Uno sfogo meschino che, per fortuna e decenza, i giornali non pubblicarono. Un atteggiamento non certo consono e degno del decoro di un eroe come Garibaldi che la storiografia risorgimentale ci ha consegnato senza macchia e senza peccato.
A buon fine e per buona pace di Garibaldi il 14 gennaio del 1880 verrà sentenziato dalla seconda sezione promiscua della Corte d’Appello di Roma l’annullamento del matrimonio con la marchesina Raimondi, accogliendo la tesi del matrimonio rato e non consumato prevista dalla legislazione austriaca allora vigente in Lombardia all’epoca delle nozze.
Libera dal vincolo con Garibaldi Giuseppina Riamondi, un anno dopo, sposerà il nobile Lodovico Mancini che la lascerà vedova nel 1913. Giuseppina morirà 5 anni dopo anni il 27 aprile 1918 all’età di settantasette anni. Seppellita nel cimitero di Como, nella sua tomba verrà scritta questa breve epigrafe:
“Amò l’Italia più di se stessa”.
Potremmo a buon diritto aggiungere: “E sicuramente più di Garibaldi”.

Quando il massone Garibaldi si mise a disposizione della Chiesa di Roma. E gli ‘storici’? Tacciono…

Solo in Italia, per oltre 150 anni, verità storiche con tanto di testimonianze scritte possono essere nascoste dagli storici di regime. Così, ancora oggi, i libri di storia continuano a negare i fatti. Pensate: il ‘condottiero’ protagonista della breccia di Porta Pia, anni prima, aveva mosso la sua spada a disposizione della Chiesa di Pio IX che gli disse no. In cambio di denaro era pronto, sono parole sua, “servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano e ci desse del pane”. E l’hanno fatto ‘padre della patria’ intestandogli viene scuole…
di Ignazio Coppola
Forse non tutti sanno che Giuseppe Garibaldi il massone dei due mondi e primo massone d’Italia si mise per fame, per bisogno e necessità a disposizione del Papa e della Chiesa. A tal proposito vi raccontiamo la storia dell’eroe dei due mondi e il suo lungo e travagliato excursus di adesione alla massoneria e la sua contraddittoria disponibilità, lui massone impenitente, di mettere la sua spada al servizio di Pio IX e della Chiesa romana. Ma cominciamo dall’inizio.
Appunto dalla sua iniziazione alla “Fratellanza Universale” che avvenne nelle lontana America del Sud, a 37 anni, nel 1844 per poi concludersi con la sua consacrazione a Gran Maestro nel 1864. Il primo approccio di Giuseppe Garibaldi alla Massoneria avviene nel 1835, ai tempi della sua permanenza in Brasile, in seguito alla frequentazione dell’amico e compatriota Livio Zambeccari, a sua volta affiliato alla loggia massonica di Porto Alegre, ai tempi della Repubblica del Rio Grande do Sul.
In seguito, prenderà maggiore dimestichezza con “cappucci, grembiuli, mattoni e cazzuole”, iscrivendosi, nel 1844, a Montevideo alla loggia L’asil de la virtude (loggia irregolare). Sempre nello stesso anno e nella stessa città, aderisce alla loggia Les amis de la patrie sotto il Grande Oriente di Francia. Nel 1850, frequenta le logge massoniche di New York, per poi ritrovarsi negli anni 1853/54 “alloggiato” alla Philadelphes di Londra.
Ma è nel 1859 che in Italia è autorevole protagonista della ricostituita loggia del Grande Oriente d’Italia insieme, tra gli altri, a Cavour, a Filippo Cordova, a Massimo D’Azeglio e al gran maestro Costantino Nigra. Siamo nella immediata vigilia della spedizione in Sicilia e, come abbiamo visto, le massonerie di Londra e Torino, preparandola a puntino, avranno un ruolo determinante e incisivo per la buona riuscita dell’impresa.
A Garibaldi, entrato da “conquistatore” nella capitale dell’Isola, nel giugno del 1860 verranno conferiti, dal Grande Oriente di Palermo, tutti i gradi della gerarchia massonica (dal 4° al 33°) e la nomina a Gran Maestro. Officianti della cerimonia, che si svolse a Palazzo Federico, in via dei Biscottari, Francesco Crispi e altri cinque fratelli massoni. Alcuni giorni dopo, sempre a Palermo, il neo Gran Maestro, in virtù del massimo grado appena attribuitogli dalla gerarchia massonica, firma le proposte di affiliazione del figlio Menotti (1 luglio 1860) e di alcuni autorevoli componenti il suo stato maggiore: Giuseppe Guerzoni, Francesco Nullo, Enrico Guastella e Pietro Ripari (3 luglio 1860).
Il nostro eroe, da buon stakanovista della Massoneria, come vediamo, ha il suo bel da fare. In una lettera inviata ai “fratelli” di Palermo, il 20 marzo 1862 scriveva di “avere (…) assunto di gran cuore il supremo ufficio conferitogli e ringraziava i liberi fratelli per l’appoggio che essi avevano dato da Marsala al Volturno nelle grande opera di affrancamento delle province meridionali. La nomina a Gran Maestro rappresentava, come scrisse, la più solenne delle interpretazioni delle sue tendenze, del suo animo, dei suoi voti, lo scopo per cui aveva mirato tutta la sua vita.
Ma il culmine della sua carriera massonica Garibaldi lo raggiungerà a Firenze, nel maggio del 1864. I settantadue delegati della prima costituente massonica, riunitisi nella città in riva all’Arno, lo elessero, a stragrande maggioranza, Gran Maestro dei Liberi Muratori comprendente i due riti, scozzese e italiano. Ma, a causa di divergenze e divisioni tra le varie anime del massimo organo della Massoneria, non durerà che pochi mesi nella suprema carica. Gli succederà Ludovico Frappolli.
Nel maggio del 1867, in una successiva assemblea tenutasi a Napoli, a sua parziale consolazione, verrà eletto Gran Maestro Onorario. Nel 1881, infine, a poco meno di undici anni dalla sua morte, ottenne la suprema carica del Gran Hierofante del rito egiziano del Menphís Misrain.
Come dicevamo all’inizio, da quanto abbiamo visto, Garibaldi più che eroe dei due mondi può definirsi a pieno titolo il “massone dei due Mondi”. V’è da credere che nella storia della Massoneria nessuno quanto lui abbia avuto più affiliazioni nelle varie logge sparse nel mondo. Roba da guiness dei primati.
Eppure, i libri di testo delle nostre scuole, ipocritamente e in mala fede, continuano a ignorare questa sua appartenenza, come protagonista e figura di primo piano delle consorterie massoniche di mezzo mondo, e il ruolo pregnante che la Massoneria ha avuto e ha continuato ad avere sino ai nostri giorni nella storia del nostro Paese. Come altrettanto ipocritamente e in mala fede, nel mancato rispetto della verità storica, tutto questo è stato sempre sottaciuto in occasione delle celebrazioni del bicentenario della sua nascita e delle celebrazioni di qualche anno fa dell’Unità d’Italia. In dispregio alle verità ed alla trasparenza della storia, abbiamo bisogno di eroi a ogni costo sotto le mentite spoglie di massoni, mercenari, avventurieri e predoni.
Tra le mancate virtù di Garibaldi a questo punto, ci piace infine sottolineare e ricordare quella della sua incoerenza: come dire, era suo solito, del predicare bene e razzolare male.
Siamo a Montevideo nel 1847 mentre, con poca gloria, si sta esaurendo la sua esperienza uruguaiana. Avendo nostalgia dell’Italia e alla ricerca, da buon mercenario ed avventuriero, di un nuovo padrone cui mettere a disposizione la propria spada e i propri compagni d’arme, non trova di meglio che proporsi, egli massone, anticlericale e mangiapreti impenitente, al servizio della Chiesa e di Pio IX.
Nell’agosto di quell’anno così scrive a un suo amico:
“Io più che mai, siccome i compagni non aneliamo ad altro che al ritorno in patria comunque sia. Dunque, mio amico, se vedeste fosse possibile servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano e ci desse del pane. Siamo pronti a qualsiasi condizione purché non indecorosa”.
E con questa propensione all’asservimento alla Chiesa ed a Pio IX cosi scrive il 12 ottobre 1847 a monsignor Gaetano Bedini, nunzio apostolico a Rio de Janiero con giurisdizione sui paesi platensi:
“Offro a Pio IX la mia spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa. Ricordando (egli sempre massone, ateo e anticlericale) i precetti della nostra augusta religione sempre nuovi e sempre immortali, pur sapendo che il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli”.
Monsignor Bedini, a nome di Pio IX, rispose con molti ringraziamenti e gentilezza, declinando l’offerta di Garibaldi e della legione Italiana. Più avanti, Garibaldi, come era nella sua indole, non dimostrando altrettanta cortesia, definirà Pio IX e i preti un mucchio di letame. Salvo poi, dopo la conquista della capitale della Sicilia, il 15 luglio del 1860, in occasione della festa di santa Rosalia, non aver alcun pregiudizio, egli mangiapreti e impertinente massone, a sedere sul più alto trono della Cattedrale di Palermo per ricevere l’incenso dall’arcivescovo di quella città, secondo la tradizionale cerimonia della così detta “cappella reale” simboleggiante i poteri della Legazia Apostolica.
E lo ritroviamo, poco meno di un mese dopo, a Napoli, con altrettanto fervore religioso, rendere omaggio, se pur Gran Maestro Venerabile della Massoneria, alla Madonna Venerabile nella chiesa di Piedigrotta ed a un breve discorso del sacerdote officiante rispose con parole di devoto amore alla religione cristiana e alle sue grandi e sublimi verità.
Il 10 giugno, infine, rispettando le consuetudini religiose di questa città, dispose la celebrazione della ricorrenza del patrono San Gennaro, presenziando autorevolmente assieme agli alti prelati della chiesa napoletana al miracoloso scioglimento del sangue del santo. Misteri della fede massonica o cattolica dell’eroe dei due mondi. Fate voi. Ai lettori l’ardua sentenza.
Da leggere anche:

Le banche siciliane (e in generale del Sud): come le hanno saccheggiate, da Garibaldi ai nostri giorni

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Quando casa Savoia, 155 anni fa, fece fucilare Angela Romano, una bambina di 9 anni

L’inno di Mameli? Non è l’inno della Repubblica italiana, ma quello dei massoni!

Ma quale ‘gloriosa’ battaglia di Calatafimi! Solo imbrogli e tradimenti. In stile Garibaldi



GIUSEPPE GARIBALDI,IL PASSATOR CORTESE,IGNAZIO COPPOLA,SICILIA,MANOEL DUARTE,TACIANO BARREO NASCIMENTO,ANITA,MENOTTI CIRO,GUICCIOLI,RAVAGLIA,NANNINI PIERO,PELLONI STEFANO,GIUSEPPINA RAIMONDI,FRANCESCA ARMOSINO,  


Friday, April 07, 2017

La mafia dell'antimafia nell'antimafia

La mafia dell'antimafia nell'antimafia

Thursday, April 06, 2017

Sunday, March 26, 2017

ITALCEMENTI ISOLA A.I.A. PETCOKE DIOSSINE e............... - Video Dailymotion


ITALCEMENTI ISOLA A.I.A. PETCOKE DIOSSINE e..... di isolapulita







E’ INUTILE CERCARE UN “AIUTO” DAL NOSTRO “SALVATORE” SEPPUR LUI GIURIDICAMENTE RESPONSABILE. 

A LUI POCA IMPORTA L'INSALUBRITA' DELL’AMBIENTE,  I “FUMI” DELLA PIANURA PADANA,  L’INQUINAMENTO DELL'ARIA, LA PUZZA DI UOVA MARCE, LE MALATTIE I TUMORI LE MORTI CHE MANIERA INDISCRIMINATA TENDE A COLPIRE CHIUNQUE  ED A QUALSIASI ETA' .


LUI E’ IMPEGNATO IN BEN ALTRO LUI E’ IMPEGNATO A GESTIRE IL POTERE


Il Comitato Cittadino Isola Pulita in tutte le sedi giudiziarie istituzionali si oppone al sempre maggiore impatto del cementificio, cave e inquinamento atmosferico, da oltre tredici anni. combustibile fossile (carbone, lignite, petcoke)

IL CEMENTIFICIO LE SOSTANZE INQUINANTI E LE QUANTITA’ GIORNALIERE

Diossine in ricaduta al suolo: per rispettare il limite di 3.4 pg/m2 (legislazione Belga) è necessaria una superficie di 306.6 Km2 Vanadio: 1.17 Kg/giorno; Nichel: 292 gr/giorno; Mercurio: 348 gr/giorno; Altri metalli: 3.48 Kg/giorno; Idrocarburi Policiclici Aromatici: 128 gr/giorno Polveri (totali, non PM10): 686 Kg/giorno; S02: 5343 Kg/giorno; N02: 16023 Kg/giorno

SAPPIAMO TUTTI CHE Un cementificio non dovrebbe bruciare “schifezze”; dovremmo avere un po' di dignità e dire “basta” CON IL combustibile fossile (carbone, lignite, pet coke) per l'alta probabilità che causa danni permanenti o la morte, Benzoapirene, Pm10. Diossine, metalli, ferro, manganese e zinco Tumori al polmone, ma anche alla prostata e alla vescica: malattie strettamente correlate all´inquinamento atmosferico Tradotto: tumori. Tanti, tantissimi, troppi. 

Una domanda si deve espressamente porre: ma la salute ha un prezzo? 

No, mi rispondo.




Basta scorrere i nomi e i cognomi delle migliaia di morti per tumori, sarcomi, linfomi ecc. ecc. di ogni angolo d'Italia e del mondo.





Non ha certamente il prezzo della morte, della sofferenza. Uno stipendio a fine mese in cambio di un pericolo mortale (o anche solo del “rischio”) non può più essere accettabile.  






























A.I.A.ASMA,DECRETO 693 2008, ANZA', BENZOPIRENE, CAGGESE, CANNOVA, diossine, IDROCARBURI POLICICLICI AROMATICI, ITALCEMENTI, MERCURIO, nichel, PETCOKE, Sansone, TOLOMEO, TUMORI, VANADIO, zinco,

Saturday, March 25, 2017

I rifiuti Ilva e la discarica interdetta








Munnizza gate, lo scandalo dei rifiuti tra interdittive e sequestri



Munnizza Gate Dove finiranno i rifiuti che prima venivano conferiti a Melilli? La risposta (purtroppo) vi sorprenderà 



LUCIA MURABITO






L’inchiesta Piramidi della Procura di Catania ha aperto un vero e proprio vaso di Pandora, svelando una fitta rete di illeciti e corruzione che mostra – una volta in più – come in questa terra tutto cambi per non cambiare mai.
Parliamo ancora una volta di munnizza e le notizie in questo settore sembrano non esaurirsi mai.
L’ultima novità è la decisione del direttore generale del dipartimento Regionale Acque e rifiuti. A seguito dell’operazione congiunta di Guardia di Finanza e Carabinieri, la discarica di Melilli della CISMA viene sequestrata.
Si è quindi posto il problema di dove destinare la munnizza che fino a poco prima veniva conferita nella discarica gestita da Nino e Carmelo Paratore.
Quale soluzione migliore che portarla in un’altra discarica di proprietà di un altro imprenditore coinvolto in un’inchiesta giudiziaria per corruzione nell’ambito del conferimento dei rifiuti?
Sì, perché a beneficiare del sequestro della discarica della Cisma pare sia Domenico Proto, il re dei rifiuti della Sicilia orientale, imputato a Palermo nel processo “Terra mia”. I rifiuti – che prima venivano conferiti alla Cisma – infatti, saranno adesso conferiti a Biancavilla, nella discarica Oikos di Valanghe d’Inverno.
Proto era finito in manette nel 2014, sapete con chi? Con Gianfranco Cannovalo stesso dirigente finito nuovamente in carcere con l’operazione della DDA di Catania.
Ricapitolando: si sequestra per mafia una discarica e si destinano i rifiuti ad altra discarica al centro di vicende giudiziarie non ancora concluse e legate allo stesso dirigente regionale infedele.
Possibile? Carte alla mano sì.
A emanare il provvedimento è Maurizio Pirillo, direttore generale del DAR. Pirillo è stato nei giorni scorsi al centro dello scontro tra l’assessore Vania Contrafatto e il presidente della Regione Rosario Crocetta.
Aveva scritto una lettera indirizzata al giornale “La Sicilia” nella quale difendeva l’operato di Mauro Verace, altro dirigente regionale finito ai domiciliari perché avrebbe dichiarato il falso nelle relazioni riguardanti la Valutazione d’Impatto ambientale sulla discarica della Cisma inducendo in errore il Tar e il GGA.
L’uscita di Pirillo era stata poco gradita alla Contrafatto, che aveva richiesto al Presidente Crocetta il trasferimento ad altro incarico del direttore generale.
Nonostante le promesse sulla chiusura e le polemiche delle comunità locali, 300 tonnellate di rifiuti al giorno arriveranno alla discarica di Valanghe d’Inverno.
Addio chiusura e ciao ciao bonifica? Crocetta sostiene di no, ma ad oggi la realtà è che il nodo rifiuti rimane. È lì, ad attendere qualcuno che voglia affrontarlo davvero.
Mentre per ora l’unica soluzione sembra sempre e solo quella di nascondere la munnizza sotto al tappeto.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/01/17/lentini-scontro-comune-regione-per-la-discarica-bisPalermo04.html


2016 3 FEBBRAIO CANNOVA GIANFRANCO NATALE ZUCCARELLO Comunicato “discarica rifiuti speciali non pericolosi Armicci”  E’ ormai noto che la ditta Pastorino S.r.l. nel 2012 diede alla luce un progetto di discarica per rifiuti speciali non pericolosi da installare in una cava dismessa di c/da Armicci di Lentini. Espletate tutte le procedure, autorizzazioni o limitazioni o quant’altro necessario per l’avanzamento dell’iter procedurale, il Consiglio Comunale di Lentini avrebbe dovuto dare il via a tale scempio, autorizzando un” cambio di destinazione urbanistica” necessario per la realizzazione della discarica. Il 19/12/2013 si tenne un Consiglio Comunale aperto che vide intervenire, Associazioni ambientaliste e di protezione della salute pubblica, delegazioni di enti limitrofi e confinanti che, con fermezza espressero la loro contrarietà alla creazione della discarica . In tale occasione fu votata una mozione d’ indirizzo nella quale il Consiglio Comunale e l’amministrazione tutta si impegnava a non autorizzare la realizzazione della discarica e impegnava Inoltre il Presidente del Consiglio che avrebbe dovuto indire al più presto un consesso per deliberare il diniego alla richiesta di variazione urbanistica. Il Consiglio Comunale deliberò di esprimere parere negativo alla richiesta di variante di P.R.G. avanzata dalla ditta Pastorino. A seguito di tale delibera, il sindaco Alfio Mangiameli notificò all’Assessorato Regionale competente le decisioni dell’Amministrazione, auspicando che fosse concessa la negazione del certificato di Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) per la discarica. Invece il 5 Novembre 2015 il dirigente di servizio del Dipartimento dell’acqua e dei rifiuti, con protocollo D.D.S. n 1905, ha emesso il certificato A.I.A. per la ditta Pastorino, permettendo di fatto la realizzazione della discarica in c/da Armicci, ignorando così la deliberazione del Consiglio Comunale, unico organo che possa legittimamente autorizzare un simile progetto.



2016 8 MARZO C.C. LENTINI DELIB 33 AUTORIZZA  SINDACO OPPOSIZIONE DECRETO D.D.S. 1905 2015 CANNOVA A.I.A. PASTORINO S.R.L. DISCARICA CONTRADA ARMICCI NON VARIANTE PRG NO DISCARICA SI TURISMO  





2016 12 GENNAIO CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA 2    LENTINI PROT 19942 INVIA  RICHIESTA RITIRO IN AUTOTUTELA DDS 1905 5.11.15   A.I.A. PASTORINO S.R.L. CANNOVA DISCARICA CONT  ARMICCI NON VAR PRG   SI TURISMO




2014 23 GENNAIO CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA 4 A SEGUITO DEL D.D.S. VIA 874 DEL 18 NOVEMBRE 2013 CANNOVA ZUCCARELLO DISCARICA  CONTRADA ARMICCI PASTORINO S.R.L. NO ALA VARIANTE P.R.G.

2013 18 NOVEMBRE CANNOVA GIANFRANCO D.D.G. V.I.A. 874 DISCARICA RIFIUTI SPECIALI NON PERICOLOSI LENTINI C.DA ARMINICI  PASTORINO SRL D'ANGELO GULLO GAETANO  LATTEO


2011 13 APRILE CANNOVA GIANFRANCO AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE DECRETO 232  EXAKTA SICILIANA CARINI ZONA INDUSTRIALE STOCCAGGIO E TRATTAMENTO RIFIUTI PEICOLOSI E NON PERICOLOSI


D.R.S. 393 29 MAGGIO 2009 2009 22 MAGGIO CANNOVA GIANFRANCO ZUCCARELLO  ANZA' DECRETO A.I.A. 393 ARPA PROVINCIA ASL DISCARICA RIFIUTI MAZZARRA’ S ANDREA CONTRADA ZUPPA TIRRENO AMBIENTE

2009 22 MAGGIO CANNOVA GIANFRANCO  ZUCCARELLO  ANZA' DECRETO A.I.A. 393 ARPA PROVINCIA ASL DISCARICA RIFIUTI MAZZARRA’ S ANDREA CONTRADA ZUPPA TIRRENO AMBIENTE 


PASTORINO,CANNOVA,LENTINI,DISCARICA,CONTRADA  ARMICI,DDS 1905 05 11.15,TOLOMEO,SANSONE,PRG,VARIANTE,ZUCCARELLO,TIRRENO AMBIENTE ,ANZA',DRS 393 09, DDG 697 2011, DDG 549 12,DDG 649 12,  D.D.S. 874 13 




http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_AssEnergia/PIR_Dipartimentodellacquaedeirifiuti/PIR_Organigramma/PIR_SERVIZIO7AUTORIZZAZIONI/PIR_Autorizzazioni/Oikos%20discarica%20c.da%20Valanghe-%20Motta.%20DDG%201143%20del%2022.07.pdf










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RIFIUTI 2012 DISCARICHE E TRIBUTI CAUSA C 97 11 by Pino Ciampolillo on Scribd



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