Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”


Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..


“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “


Pino Ciampolillo

Saturday, August 01, 2015

Villagrazia di Carini, le ruspe cercano i corpi dei Maiorana - Video - Giornale di Sicilia


CARINI PIRAINETO CONTRADA SERRA CARDILLO COLPO AL CLAN DI SANTA MARIA DI GESÙ SEQUESTRO E CONFISCA AI VERNENGO

Colpo al clan di Santa Maria di Gesù Sequestro e confisca ai Vernengo



Riccardo Lo Verso



Il sequestro di cui è destinatario Cosimo Vernengo arriva al termine delle indagini patrimoniali eseguite dal Gico della Polizia Tributaria di Palermo. La confisca colpisce, invece, l'imprenditore edile Antonino Vernengo.
28 marzo 2015
 
Antonino e Cosimo Vernengo
 
PALERMO - Valgono un milione e trecentomila euro i beni sequestrati e confiscati a Cosimo e Antonino Vernengo dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo.

Il primo nel 2010 è stato condannato a 12 anni di carcere per mafia e racket con sentenza definitiva. Originario di Avola, nel Siracusano, Cosimo Vernengo - figlio di Antonino, soprannominato “u dutturi”, e nipote di Pietro, entrambi condannati per mafia - è stato riconosciuto colpevole di sedici estorsioni commesse per conto della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù. Il sequestro che riguarda due appartamenti e un magazzino del valore di 300 mila euro arriva al termine delle indagini patrimoniali eseguite dal Gico della Polizia Tributaria di Palermo. “I redditi dichiarati non sono sufficienti - scrivono i finanzieri - per giustificare gli acquisti e gli investimenti effettuati dall'interessato negli anni. Questa sproporzione ha fatto quindi supporre che i beni ora sequestrati siano stati acquisiti con i profitti dell’attività illecita della famiglia di origine”.

La confisca colpisce, invece, Antonino Vernengo, imprenditore edile arrestato nel 2007 per intestazione fittizia di beni, con l'aggravante di aver favorito la famiglia mafiosa di Cruillas, ma assolto definitivamente nel 2009. La ricostruzione della Procura non è servita a farlo condannare in sede penale, ma basterebbe, sostiene l'accusa, a giustificare la confisca del suo patrimonio. Antonino Vernengo sarebbe un soggetto socialmente pericoloso.

Anche in questo caso, i finanzieri agli ordini del comandante Francesco Mazzotta avrebbero fatto emergere la sproporzione fra gli investimenti e i redditi ufficiali. La pericolosità sociale, presupposto per l'applicazione della misura di prevenzione, emergerebbe da alcune intercettazioni telefoniche e da dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Nel 2004 le microspie hanno captato le conversazioni tra Giovanni Nicoletti, Piero Di Napoli Piero ed Eugenio Rizzuto - tutti esponenti della famiglia mafiosa della Noce - da cui si evincerebbe che l'impresa di Vernengo avrebbe dovuto eseguire dei lavori su un terreno a Cruillas perché appoggiato da esponenti di Cosa nostra. Qualche mese dopo Salvatore Gottuso e Goorgio Campisi, anche loro indagati nella stessa inchiesta, sostenevano che Vernengo si fosse accaparrato tutti i lavori nella zona di Cruillas, sbaragliando la concorrenza di altri imprenditori per via della sua vicinanza a Luigi Caravello, allora reggente della famiglia di Cruillas: "...perché lui fa parte di Caravelle...perché comanda lui a Cruillas, per questo". Come imprenditore “sponsorizzato” lo avevano descritto anche i collaboratori di giustizia Francesco Franzese e Andrea Bonaccorso, un tempo affiliati a San Lorenzo.

Ecco l'elenco dei beni confiscati ad Antonino Vernengo: impresa individuale “Vernengo Antonino” con sede in via Badia, tre appartamenti in via Theodor Daubler, una parte di un immobile in contrada Piraineto-Serra Cardillo, un terreno in via Trabucco, alcuni rapporti e conti correnti bancari.

Questi i beni sequestrati a Cosimo Vernengo: due appartamento e un magazzino in piazza Ponte dell'Ammiraglio.
http://livesicilia.it/2015/03/28/colpo-alla-famiglia-di-santa-maria-di-gesu-sequestro-e-confisca-di-beni-per-i-vernengo_610486/



LEGGI ANCHE:

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Tra i beni confiscati figurano anche due lussuose ville a Carini, di cui una del valore di circa un milione di euro in c.da Piraineto, con 13 vani, formalmente di proprietà di un prestanome, fittiziamente intestata ai suoi familiari, Saverio e Daniela Privitera. 





Altadonna, CARAVELLO LUIGI, CONTRADA PIRAINETO SERRA CARDILLO CARINI, GIOVANNI IENNA, MAFIA SEUQESTRO BENI, PERINO, Pipitone, RESIDENCE MUSSO, SEA RESIDENCE, VERNENGO,

 
 SEQUESTRATE TRE MEGAVILLE AL RE DEI SURGELATI









Tre megaville, due in contrada Serracardillo a Carini e una in via Temi a Partanna Mondello, sono state sequestrate dalla Dia a Salvatore VITRANO



 
Altadonna, CARAVELLO LUIGI, CONTRADA PIRAINETO SERRA CARDILLO CARINI, GIOVANNI IENNA, MAFIA SEUQESTRO BENI, PERINO, Pipitone, RESIDENCE MUSSO, SEA RESIDENCE, VERNENGO ,VITRANO,LO DUCA







http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2014/12/e-accaduto-isola-delle-femmine.html










TRIBUNALE DI PALERMO – SEZIONE
MISURE DI PREVENZIONE – DECRETO DI
SEQUESTRO NR. 69/13 (GIA’
NR. 391/07 R.M.P.), EMESSO IN DATA 12 DICEMBRE 2012 DELLA PREDETTA A.G., DEI
SOTTO ELENCATI BENI DEL VALORE COMPLESSIVO STIMABILE IN € 2.068.355,00 RICONDUCIBILI
A:


PIPITONE VINCENZO, NATO A TORRETTA (PA) IL 05.02.1956,
GIA’ REGGENTE DELLA FAMIGLIA MAFIOSA DI CARINI (PA) E TRATTO IN ARRESTO, A
SEGUITO DI O.C.C.C. NR. 2474/05 R.G.N.R.-D.D.A. E NR. 3828/05 R.G.-G.I.P.,
EMESSA IN DATA 24.06.2006 DAL G.I.P. PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO PER IL
REATO DI CUI ALL’ART. 416 BIS C.P. (C.D. OPERAZIONE GOTHA). LO STESSO E’ STATO
CONDANNATO DAL GUP PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO, IN DATA 20.07.2007, ALLA
PENA DI ANNI 10 E MESI 7 DI RECLUSIONE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO
MAFIOSO ED, IN DATA 13.05.2009, ALLA PENA DI ANNI 6 DI RECLUSIONE ED EURO
2.000,00 DI MULTA, PER ESTORSIONE AGGRAVATA.


VILLA (A/7) SITA A CARINI,
C.DA PIRAINETO O DIACONIA, COMPOSTA DA 13,5 VANI, – VALORE DEL BENE: €
1.000.000,00;

SOGGETTI TITOLARI DEI BENI: PRIVITERA SAVERIO (NATO IN SVIZZERA – EE – IL
19.06.1978) E PRIVITERA DANIELA (NATA A CARINI – PA – IL 07.08.1981);


ALTADONNA LORENZO, NATO A CARINI (PA) IL 04.10.1962,
SOTTOPOSTO DAL TRIBUNALE DI PALERMO – S.M.P., CON IL PREDETTO DECRETO NR.
391/07 R.M.P., ALLA MISURA DI PREVENZIONE PERSONALE DELLA SORVEGLIANZA SPECIALE
PER ANNI DUE.


TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 2.505, VALORE
DEL BENE: € 112.725,00;

SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL
04.10.1962);


TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 6, VALORE DEL
BENE: € 270,00;

SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO


TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 1.845 VALORE DEL
BENE: € 83.025,00;

SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL
04.10.1962);


TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 383 VALORE DEL
BENE: € 17.235,00;

SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL
04.10.1962);


QUOTA PARI AL 50% ED INTERO COMPLESSO DEI BENI
AZIENDALI DELLA “F.E.A. S.R.L.” CON SEDE IN CARINI (PA), SS 113 –
VALORE DEL BENE: € 505.100,00;

SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: FIORELLO PIERINA (NATA A CARINI – PA – IL
12.12.1967) – CONIUGE DI ALTADONNA LORENZO;


VILLETTA (A/7) SITA A CARINI, C.DA MARGI CUPOLONE
S.N.C., – VALORE DEL BENE: € 350.000,00;

SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: FIORELLO PIERINA


PROVVEDIMENTO NR. 112/2013 R.M.P. DEL 09.04.2013, NEI
CONFRONTI DI RUSSO FRANCESCO, NATO A PALERMO IL 26.09.1961, E’ STATO
DISPOSTO IL SEQUESTRO DI BENI MOBILI, ATTIVITÀ COMMERCIALI E DISPONIBILITA’
FINANZIARIE ALLO STESSO RICONDUCIBILI. IL CITATO SOGGETTO E’ STATO DESTINATARIO
DI ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE N. 13350/08 RGNR – 800017/09 GIP
EMESSA DAL GIP, PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO IN DATA 04.06.2008, PERCHE’
RITENUTO RESPONSABILE DEL REATO DI CUI ALL’ART. 629 C.P. AGGRAVATO DALL’ART. 7.

IL VALORE COMPLESSIVO DEI BENI PROPOSTI PER IL SEQUESTRO E’ STIMABILE INEURO
1.305.000,00 .


DITTA INDIVIDUALE “MONDO CARTA DI RUSSO SALVATORE CON
SEDE IN PALERMO, LARGO EDOARDO ALFANO, ESERCENTE L’ATTIVITÀ DI COMMERCIO
ALL’INGROSSO DI CARTA, CARTONE E ARTICOLI DI CARTOLERIA – VALORE DEL BENE: €
540.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE NATO A PALERMO IL 5.10.1984


LOCALE COMMERCIALE SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO
CAMPAILLA – VALORE DEL BENE: € 40.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA, NATA A PALERMO IL 21.3.1963


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA –
VALORE DEL BENE: € 180.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA N. 55 –
VALORE DEL BENE: € 130.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA N.
55 – VALORE DEL BENE: € 130.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA DEL MEDICO – VALORE
DEL BENE: € 70.000

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA DEL MEDICO N. 12 –
VALORE DEL BENE: € 110.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO VICOLO EMPEDOCLE NR. 13
(CATASTALMENTE VIA QUINTINO SELLA 66) – VALORE DEL BENE: € 80.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE NATO A PALERMO IL 5.10.1984


AUTOVEICOLO (SUV) HYUNDAI IX35 VALORE DEL BENE: €
20.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE


AUTOVEICOLO AUDI MODELLO A2, – VALORE DEL BENE: €
5.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO DANIELE NATO A PALERMO IL 13.8.1986


POLIZZA ASSICURATIVA VALORE DEL BENE: IN CORSO DI
VALORIZZAZIONE

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO FRANCESCO







MAFIA. BLITZ A CARINI, 21 ARRESTI. Video delle intercettazioni»  





CALOGERO PASSALACQUA  
Controllava il pizzo, lo spaccio di droga, le assunzioni e i licenziamenti nelle imprese e gestiva tutta l’attività criminale del carinese. E’ Calogero Passalacqua, il personaggio centrale dell’operazione “Grande Padrino”
Le indagini che all’alba di oggi sono sfociate nell’arresto di 21 persone a Carini, sono partite da Vito Caruso, il pescivendolo del Bivio Foresta, consuocero di Passalaqua, 80 anni, detto “Battista i Santi”, il reggente della locale famiglia mafiosa, che dalla propria abitazione, dove era agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. Per Vito Caruso, l’esercizio commerciale è un punto di incontro privilegiato per i personaggi inseriti nella famiglia mafiosa. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alla quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi. Le indagini sulla pescheria, hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti, sopratutto cocaina, che al telefono, viene chiamata in codice,“gamberoni”.
Uno dei soggetti che fa visita dal pescivendolo è Giuseppe Evola. In una circostanza, Evola riceve una telefonata della moglie, cugina della consorte di Passalaqua, Maria. La donna riferisce di avere appena parlato con Maria, che le ha chiesto di passare “con l’oscuro” per non attirare l’attenzione.
I militari a questo punto avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalaqua, un edificio nel cuore di Carini. Per i carabinieri è difficile avvicinarsi a quella casa, persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Emergono così i contatti tra il padrino e altri soggetti, incontri brevi ma anche vere e proprie riunioni. Passalaqua intratteneva rapporti con Giangranco Grigoli e Salvatore Sgroi, considerati il suo braccio operativo. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 97, per aver favorito la latinanza di Passalacqua. L’altro è il genero del padrino, già sorvegliato speciale, con precedenti per spaccio di stupefacenti. Emergono anche i rapporti con Vito Failla, altro favoreggiatore storico e Croce Frisella, suo nipote. Per i carabinieri, il quadro investigativo è chiaro. Calogero Passalaqua stava cercando di assumere il controllo incontrastato del territorio, grazie ai suoi uomini di fiducia.
Come accade spesso erano i commercianti a rivolgersi ai mafiosi. Il titolare di un bar del centro di Carini, dopo avere subito un furto, aveva chiesto l’intervento di Passalacqua. Si scoprì che a rubare era stato un suo dipendente. I gregari del padrino commentavano così la notizia: “… dove ti danno da mangiare e bere… è sbagliato lo capito però… ma è vero… dove si mangia e si beve gli si va a rubare?”. E così il dipendente infedele era stato condotto in un luogo isolato in montagna per essere giudicato secondo le regole d’onore di Cosa nostra. Dalle conversazioni intercettate emerge che gli avevano addirittura scavato la fossa per seppellirlo. Ma poi è stato lo stesso titolare del bar a salvarlo. “Tutti possiamo sbagliare” disse.

In questo contesto si consuma il 27 aprile del 2009, il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, gregario di Passalaqua, all’interno di un residence a Villagrazia di Carini. Si era trattato di un dissidio interno tra la famiglia del padrino e quella dei Pipitone, al quale hanno assistito i carabinieri, nato dal mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra gruppi mafiosi, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. L’incendio del mezzo è stato dunque un avvertimento per Lo Duca.
I responsabili dell’atto intimidatorio sono stati individuati dagli investigatori, Antonino Buffa, Croce Maiorana, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. Ma in realtà anche Lo Duca ha dei sospetti, che in effetti vengono confermati. Per questo motivo, convoca Buffa e Maiorana che si impegnano a ripagare il danno, per poi fuggire dalla Sicilia e raggiungere gli Usa, in attesa che si calmino le acque ed evitare una nuova guerra di mafia.
A Carini, agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti indicati dalla consorteria mafiosa. Sopratutto guardiani notturni, ma anche operai e impiegati. La “filosofia estortiva” di Passalaqua risparmia il pagamento della messa a posto delle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate. L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comanda secondo le indicazioni ricevute dai vertici della famiglia mafiosa.


 GLI ARRESTATI
CALOGERO PASSALACQUA, nato a Carini 7.6.1931, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso;

- MARGHERITA PASSALACQUA, nata a Carini 30.03.1973 (figlia di Calogero);

- SALVATORE SGROI, nato Carini 23.10.1964 (marito di Margherita Passalacqua);

- PIETRO SGROI, nato Carini 03.09.1960 (cugino di Salvatore Sgroi);

- GIANFRANCO GRIGOLI, nato Carini 12.07.1973;

- GIACOMO LO DUCA, nato Carini 24.11.1953;

- CROCE FRISELLA, nato Carini 11.07.1965;

- VITO FAILLA, nato Carini 27.02.1966;

- GIUSEPPE EVOLA, nato Carini 01.01.1945 (cugino acquisito di Calogero Passalacqua);

- CROCE MAIORANA, nato Carini 03.11.1984;

- ANTONINO BUFFA, nato New York 14.12.1976;

- GIUSEPPE PECORARO, nato Carini 02.04.1967;

- GIUSEPPE BARONE, nato Palermo 24.04.1956;

- MATTEO EVOLA, nato Cinisi 05.09.1946;

- VITO CARUSO, nato Carini 20.03.1957 (consuocero di Calogero Passalacqua);

- GIUSEPPE CARUSO, nato Carini 01.01.1976 (figlio di Vito Caruso);

- GRAZIA CARUSO, nata Carini 24.08.1956 (moglie di Vito Caruso);

- SALVATORE RUGNETTA, nato Carini 29.12.1974;

- ETTORE ZARCONE, nato Palermo 17.09.1971;

- ROSARIA GRIPPI, nata Palermo 17.12.1969 (moglie di Giuseppe Caruso) ;

- FAHD AYARI, nato Tunisi 26.04.1987.
- See more at: http://www.teleoccidente.it/wp/mafia-blitz-a-carini-21-arresti/#sthash.cwpShWgc.dpuf

 






Oltre 400 Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo hanno condotto nella notte un’articolata operazione finalizzata alla cattura di 21 persone colpite da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palermo (Gip. Piergiorgio Morosini) su richiesta di un pool di magistrati della Direzione Distrettuale antimafia (Viola, Del Bene, Paci, Vaccaro) guidati dal Procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Si tratta di Gli Calogero Passalacqua, 80 anni, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso, la figlia Margherita, 38 anni, il genero Salvatore Sgroi, 47 anni, il cugino di quest’ultimo, Pietro Sgroi, 51 anni, Gianfranco Grigoli, 38 anni, Giacomo Lo Duca, 58 anni, Croce Frisella, 46 anni, Vito Failla, 45 anni, Giuseppe Evola, 66 anni, cugino acquisito di Passalacqua, Croce Maiorana, 27 anni, Antonino Buffa, nato New York, 35 anni, Giuseppe Pecoraro, 44 anni, Giuseppe Barone, 55 anni, Matteo Evola, 65 anni, Vito Caruso, 54 anni, consuocero di Passalacqua, Giuseppe Caruso, 35 anni, Grazia Caruso, 55 anni, Salvatore Rugnetta, 37 anni, Ettore Zarcone, 40 anni, Rosaria Grippi, 42 anni, Fahd Ayari, tunisino di 24 anni. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere di tipo mafioso, al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, all’estorsione, al danneggiamento. La vasta operazione antimafia è l’esito di complesse attività tecniche e di riscontri sul territorio che hanno permesso di far luce sugli equilibri mafiosi nel territorio di Carini – nell’immediato hinterland occidentale di Palermo – dopo la cattura del noto boss Salvatore Lo Piccolo e del suo uomo di riferimento in quell’area, Gaspare Pulizzi. Per oltre un anno i Carabinieri hanno monitorato gli uomini d’onore e i loro gregari, registrando in tempo reale le decisioni del reggente della famiglia mafiosa: Calogero Passalacqua 80 anni, detto “Battista i Santi” che, ristretto agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. La ricostruzione delle dinamiche mafiose tocca la gestione degli affari illeciti e la lotta con le famiglie antagoniste, intrecciandosi con il tessuto sociale della comunità sulla quale la “famiglia” mafiosa estendeva il proprio potere. L’anziano “padrino” infatti, replicando i modelli più radicati della cultura mafiosa, oltre a controllare gli interessi illeciti della famiglia, dirimeva controversie, elargiva raccomandazioni, rendendosi disponibile ad ascoltare tutti coloro che lo richiedevano. Il risultato delle indagini dei Carabinieri è un’istantanea della consorteria che consente di individuare i partecipi della famiglia mafiosa e di cogliere le tensioni interne al sodalizio. Per comprendere appieno la complessità dell’attività investigativa condotta dai Carabinieri bisogna analizzarne le risultanze in relazione a quanto emerge dai più importanti provvedimenti cautelari eseguiti sul territorio di riferimento e dalle sentenze dei successivi processi.  La famiglia di Carini è riconducibile al mandamento di San Lorenzo – Tommaso Natale, uno dei più estesi e potenti di “Cosa nostra” palermitana. La consorteria ha sempre avuto un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione, tenuto conto della presenza di soggetti come i fratelli Vincenzo, Angelo Antonino e Giovanbattista Pipitone, e di padrini storici quali Calogero Passalacqua e Salvatore Gallina, tutti già emersi nel corso del maxiprocesso. L’operazione “Occidente” del 2007 aveva evidenziato l’importante ruolo della famiglia mafiosa dei Pipitone, nel cui ambito si inserivano anche i parenti di Calogero Passalacqua e di Salvatore Gallina.  Le indagini avevano documentato ricorrenti tensioni all’interno del gruppo. Di seguito, la cattura di Ferdinando Gallina, figlio di Salvatore, e l’operazione “Libero presente” – entrambe attività condotte dalla Compagnia di Carini nel 2008 – spiana la strada alla piena reggenza di Passalacqua. L’anziano “padrino” tornato sul “suo” territorio e, ancorché in regime di detenzione domiciliare, richiama a sé i suoi fedelissimi, imponendo una nuova strategia. Il pizzo sistematico che a cadenza periodica pagavano i commercianti, gli artigiani ed i piccoli imprenditori, era solo vessazione esercitata nei confronti di chi produce, che originava malumore e dissenso. La messa a posto dei lavori pubblici è invece occasione per creare consenso: permette di avvicinare gli imprenditori, ai quali saranno promessi vantaggi in cambio di una tassa. Gli affari si devono concludere senza fare “scrusciu”, in sordina, senza far ricorso al sostegno delle armi: tutto si deve svolgere in immersione, sott’acqua. A questo momento si rivolgono le nuove investigazioni dei Carabinieri che, con riferimento al ruolo egemone del Passalacqua, assumono la denominazione di “Grande Padrino”. Le indagini partono da Vito Caruso, “il pescivendolo del Bivio Foresta”, consuocero di Calogero Passalacqua. L’attività lavorativa gli consente di controllare un punto nevralgico del territorio e serve anche a celare un’intensa attività di spaccio. L’esercizio commerciale è un punto d’incontro privilegiato per i molti personaggi inseriti nella famiglia mafiosa e in questo senso la figura del “pescivendolo del Bivio” emerge per la sua assoluta disponibilità al sodalizio. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alle quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi, cui viene consegnato in occasione dei colloqui. Per gli uomini d’onore saper che quel pesce giunge da Vito Caruso è una garanzia: la famiglia mafiosa non si è dimenticata di loro e dei loro parenti. È proprio uno dei soggetti che più frequentemente fa visita al pescivendolo del bivio, Giuseppe Evola, un sensale che opera su tutta la zona, a condurre gli inquirenti al “padrino”. In una circostanza Evola riceve la telefonata della moglie, cugina della consorte di Calogero Passalacqua, Maria. La donna gli riferisce che ha appena parlato con Maria che le ha chiesto di passare per consegnargli qualcosa. Il tono sospetto della telefonata non sfugge agli investigatori: Evola non chiede informazioni e la moglie gli suggerisce di passare “…con  lo scuro…” per non attirare l’attenzione. I militari, a questo punto come in un gioco a domino, avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalacqua. L’edificio è nel cuore di Carini: un vero fortino che, con la complicità del vicinato, gli garantisce il totale controllo di quanto avviene all’esterno delle mura domestiche. E’ difficile avvicinarsi a quell’abitazione senza essere notati. Persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Eppure i militari, con coraggio e abilità, riescono a penetrare quell’ambiente ostile, per guardare e sentire. Emergono così i frequenti contatti tra l’arrestato domiciliare e altri soggetti, confermando la sua piena reggenza sul territorio: in alcuni casi si tratta di brevi scambi di battute dal balcone di casa, in altri si giunge a vere e proprie riunioni, tenute in locali attigui alla dimora che sfruttano un ingresso secondario. I principali rapporti coinvolgono Gianfranco Grigoli e Salvatore Sgroi. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 1997 per aver favorito la latitanza di Passalacqua. L’altro è il genero del “padrino”, già sorvegliato speciale di P.S. con precedenti anche per stupefacenti. I due pregiudicati sono il vero e proprio braccio operativo del “padrino”. Di seguito emergono altri soggetti. Si tratta di Vito Failla, altro favoreggiatore storico di Calogero Passalacqua il cui fratello Antonino Failla è scomparso nel 1999 vittima di “lupara bianca” e Croce Frisella, nipote di Calogero Passalacqua. Le risultanze confermano appieno il quadro ipotizzato dei Carabinieri: il tentativo, posto in essere da parte del Passalacqua, di ricostituire l’organigramma della famiglia mafiosa di Carini, recuperandone l’operatività a pieno regime grazie ai suoi uomini di fiducia di sempre, ed assumendone l’incontrastata posizione di vertice. Questi contatti e queste riunioni permettono ai Carabinieri di capire in tempo reale obiettivi e strategie della cosca. Ed è anche uno spaccato di come “Cosa nostra” opera e ragiona nel secondo millennio. In questo contesto, si consuma il 27 aprile 2009 il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, all’interno del residence “Serracardillo” di Villagrazia di Carini. Lo Duca è un gregario di Passalacqua, titolare di un’impresa di movimento terra operante su tutto il territorio carinese. Si tratta di un vero e proprio segnale ritorsivo ai danni di una delle principali attività economiche della famiglia, il movimento terra, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. I Carabinieri assistono in diretta al complesso sviluppo della vicenda che, oltre a fornire indicazioni precise sulle gerarchie della famiglia mafiosa, offrirà un esempio tangibile di applicazione del codice d’onore mafioso secondo la strategia dell’”immersione” seguita da Passalacqua. Si tratta, in effetti, di un dissidio interno: la reazione al mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra i gruppi mafiosi. In base ad un vecchio accordo, i lavori di sbancamento e movimento terra dovevano essere gestiti in sinergia tra le ditte riconducibili a Giacomo Lo Duca (riferimento Passalacqua) e Giuseppe Pecoraro “Cagnuleddu” (riferimento Pipitone): al primo lo sbancamento, al secondo il trasporto degli inerti. Quando Giuseppe Pecoraro viene arrestato nel 2007, Lo Duca smette di servirsi della sua ditta e acquista propri camion per effettuare i movimenti di terra.  “No, non li hanno fatti lavorare più, ai camion di Cagnuleddo, mi hai capito?…” – commenta Giuseppe Evola – “Cagnuleddo gli ha fatto comprare l’escavatore, lui e li ha messo in mezzo lui… A questi due li ha messo, Battista neanche li ha guardati a questi, li ha messi in mezzoCagnuleddo… Gli ha fatto trovare l’escavatore, il camion, tutte le cose, e sono rimasti conCagnuleddo, Compà voi scavate ed io… si è comprato anche il camion, mi hai capito?..” L’incendio del mezzo, dunque, è un avvertimento per Lo Duca. I responsabili dell’atto intimidatorio sono subito individuati dagli investigatori: Antonino Buffa e Croce Maiorana, rispettivamente cognati degli uomini d’onore, all’epoca reclusi, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. E da loro è giunto l’ordine dell’azione. Lo Duca non ci mette molto a capire e convoca i due soggetti. Sostiene di aver piazzato delle telecamere a sorveglianza degli escavatore. In realtà bluffa, ma vede giusto e così i due finiscono per ammettere tutto. La “tragedia” avanza. Dal carcere giungono minacce di suicidio dal parte del Pecoraro, che teme per l’incolumità del cognato Buffa. Sull’esito della vicenda pronuncia l’ultima parola il “padrino”. Passalacqua, al pari di altri reggenti della sua stessa generazione ricorre solo in casi eccezionali allo spargimento di sangue. I suoi gregari lo tengono costantemente informato “…quello gli ha fatto questo discorso e quelli lo hanno finito…”, e gli ricordano di essere sempre pronti ad imbracciare le armi “…i ragazzi sono caldi…”. Ma l’equilibrio dell’anziano capo cosca prevale e con il suo carisma impone la volontà di pax mafiosa. Grigoli commenta che ”…non si può solo correre…”, riferito sicuramente al soprassedere su tali problemi legati alla gestione della famiglia, ma”…bisogna pure fare quello che si deve fare…”, lasciando intendere di propendere per una soluzione più drastica. Lo Duca, invece, consapevole di non poter far nulla senza l’autorizzazione del Passalacqua, fa notare che solo se “…si conta sopra…”,  e quindi con l’assenso del boss, ci si può muovere. La vicenda pare concludersi con l’impegno assunto da Buffa e Maiorana a ripagare il mezzo danneggiato, nelle more sostituito con un escavatore messo a disposizione dal suocero dello stesso Buffa. I due comunque sono costretti ad abbandonare immediatamente Carini e la Sicilia per raggiungere gli U.S.A. Maiorana ritornerà a Carini dopo pochi giorni, il tempo sufficiente a far calmare le acque. Buffa, invece, permarrà più a lungo, tanto che anche moglie e figli lo raggiungono. La famiglia mafiosa non gli può consentire il rientro. È una questione di onore e di prestigio dopo l’affronto procurato. Così si esprime al riguardo uno degli uomini di fiducia del Passalacqua… “ma quello ti sta inquietando a te?…Se dobbiamo andare…questa è la legge…l’America, devono andare in America…, comandano loro, comandano..”. In Pennsylvania Tony Buffa si dedica alla pizzeria dei genitori, ormai da decenni trapiantati in quella terra. Lì sarà una squadra dell’F.B.I. a controllarlo, tenendo i Carabinieri sempre informati dei risvolti della vicenda oltreoceano. Lo studio dei personaggi e della loro vita attraverso la lente di ingrandimento delle attività investigative ha consentito ai Carabinieri di esaminare un metodo di imposizione adottato dalla famiglia mafiosa per sostenere economicamente gli affiliati: agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti “indicati” dalla consorteria. La “filosofia estorsiva” di Passalacqua risparmia il pagamento della messa a posto alle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate, ritenendo che non si debba aggiungere alle già gravose difficoltà economiche delle piccole imprese un ulteriore peso economico. Le imprese diversamente sono costrette ad assumere: guardiani notturni per lo più, ma anche operai e impiegati.  L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività economiche, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. I riscontri dei Carabinieri confermano il “sistema di collocamento” avviato. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comando dagli amministratori delle imprese secondo le indicazioni impartite dal vertice della famiglia mafiosa. A seguito della minaccia indirizzata al responsabile di un’azienda da uno dei gregari del Passalacqua “Mondo con mondo non si toccano, le persone sì..” il licenziamento del dipendente viene sospeso. Le indagini dei Carabinieri hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti che vede come personaggio principale Vito Caruso, il pescivendolo del bivio Foresta. Le visite in pescheria e presso l’abitazione, alle ore più disparate della notte, con fare frettoloso e guardingo, indicano contatti frequenti per lo smercio della droga con puntuali conferme nell’attività di intercettazione. Il codice è legato chiaramente all’attività di pescheria: “Va bene prepara qualche 5 chili di gamberoni…una cosa di queste…tanto per mangiare questa sera…va bene?…Sto arrivando, ciao…”. Il vero significato del linguaggio è tradito per un verso dalle incongruenze delle conversazioni (il costo del pesce indicato nelle telefonate, che non è corrispondente ai prezzi di mercato [spesso il prezzo del pesce spada o della neonata veniva fissato a 80/90 euro al Kg.] e non può che essere riferito allo stupefacente ceduto (intendendo 80/90 euro al grammo, per la cocaina) e per altro dai riscontri sul territorio (a volte i Caruso riferiscono agli acquirenti di essere sprovvisti di pesce alle richieste generiche ricevute telefonicamente, mentre dalle riprese video e dai riscontri effettuati dai militari in transito è appurato che in quel momento in pescheria vi è un grande assortimento di pesce  e l’attività commerciale procede regolarmente). Quindi i Carabinieri raccolgono i riscontri dagli acquirenti. I soggetti che hanno incontrato Caruso vengono fermati e spesso indosso hanno sostanza stupefacente. Un acquirente dichiara ai militari di aver acquistato la cocaina a Palermo, poi contatta telefonicamente Caruso e gli comunica l’accaduto …”.. non puoi salire tu che ti devo parlare?” “Cos’è successo?” “.. eh.. poco fa… non te lo posso dire per telefono!” “Il pesce non era buono?” “No, peggio, me lo hanno tolto!”. Al traffico partecipano attivamente le donne del gruppo. Il coinvolgimento delle donne nel traffico è un tratto già più volte riscontrato in provincia di Palermo. In questo caso, la moglie del pescivendolo del Bivio e la convivente di suo figlio Giuseppe contattano i rispettivi mariti, quando assenti, in  occasione di visite di clienti e, in alcuni casi, si occupano della custodia e dell’occultamento dello stupefacente.



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Villagrazia di Carini, le ruspe cercano i corpi dei Maiorana - Video - Giornale di Sicilia

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